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    Panze, presenze e insipienze

    di patonsio1 (10/12/2006 - 09:56)

    Panze, presenze e insipienze


    La sera, rimbecillita dalla calura, s’era ormai decisa a stravaccarsi sul terreno dell’anzianotta contea di M*****, dove la cenere dei morti istruiva la polvere delle strade sul da farsi, ed ebbra d’invincibile indolenza, senza neanche rendersene gran conto, lasciava che le ombre, prive dei controlli di rito, si adagiassero al suolo come – svogliate anch’esse – onde stracche.

    Il tramonto, dal canto suo, tanto per non star con le mani in mano (ché, in queste terre, come niente, è facile che gli sparlano dietro pure a lui), aveva insanguinato, come un carnefice invisibile, il litorale non distante, in ultimo spruzzando – per sfregio (s)quasi – una gala arancione al confine tra la fascia di cielo incendiata di violetti schizzati di strisciate verdi e blu, e un mare di petrolio profumato di iodio e vaghi zolfi. Ai lati dello sguardo dell’(eventuale, non indispensabile) osservatore si allargavano e si sdilinquivano lampi di colori già cotti, sfumati dalla mano d’un artista esagitato e fuor dai gangheri parecchio. Tutto quel ben di Dio di stupore visivo si portava dietro come una musica ossessiva e ipnotica, che si ripeteva all’infinito, ma non era identica a quella di un minuto prima.

    Dopochè, senza immaginabile preavviso, quell’arte di suoni si placò per lasciar posto a un sassofono attempato, con la voce logora un poco, ma sempre “in gamba”, capace ancor di fiati e sospiri avvincenti.

    Da qui in poi, la luna se la pensò d’inghiottire pigramente qualche pipistrello, mentre le stelle cadevano come cicche di sigarette, gettate da spiritelli strafottenti, dalla terrazza celeste.


    (Tuttavia, a dispetto di tutto ciò, il docile lettore sta per esser condotto presso il portone dell’Ospedale Civico di C*****. Entriamovi, quindi, senz’altri pittoreschi indugi, se vogliamo conoscere il fattaccio: è già ora).


    Finché lo possiamo

    di pergole il succo

    allegri beviamo:

    godiamo lo scrocco

    dacché insudiciamo

    con fiero cipiglio

    il mondo balordo.

    Liquore vermiglio

    succhiamo a baluardo

    (senz’altro consiglio)

    di nostra incoscienza

    ch’è bella e ch’è santa

    nel darci demenza

    bastante ed alquanta

    ad ogni occorrenza.

    Noi siamo la feccia

    dell’orbe terraqueo,

    noi siam la corteccia,

    l’osceno corteo

    che lieto impiastriccia

    il cosmo correo:

    così avrebber cantato, presumibilmente, due induriti beoni che bivaccavano in una saletta antistante una delle corsie infami – in cui v’erano sconciamente ammassati (novello girone infernale) lungo e mediodegenti assortiti in tutte le taglie e per ogni pervertito gusto – se fossero stati avvezzi a stornellar cavatine, cabalette o consimili ariette, erano invece due qualunque farabutti, ma abbigliati da infermieri.

    E veramente, in spregio a qualsiasi decenza o ragionevolezza, tali erano.

    La vita è così.

    Cionondimeno, trincarono della grossa per tutta la notte, certi che guaderebbero – more solito – il turno loro, indenni traversando sopra gemiti e lamentazioni dei sofferenti, ma al mattino una specie di pernacchia li importunò, malamente scrollandoli dall’ipnosi etilica: era la soneria che li reclamava in servizio.

    Poco dopo, maledicendo Dio e quanti malavveduti imploranti supplicassero soccorso, assistenza, medicazione, cura o scocciature affini al lor passaggio – a certuni non lesinando spintoni villani, triviali versacci a talaltri, sputi e farda catarrosa ad altri ancora – si diressero verso la sala operatoria, seco trascinando un malato, addormentato, su una barella pericolante. Questa usarono come ariete per forzare i battenti martoriati, quindi ne scaricarono l’infermo sul letto chirurgico. L’anestesista col medesimo garbo applicò la maschera ed aprì il rubinetto dell’etere, che col suo fischio di serpente lusingatore regalò al paziente il sorriso che premia in sogno i miracolati, gli alienati estatici, gli inebriati (in generale) e gl’inebetiti d’oppio (in particolare).

    Poi – purtroppo – entrò il famoso dottor *, chirurgo.

    ***

    (Vieni lettore, vieni, trattieni lo stomaco, ché ora ti si offre (agra) distrazione, poiché…)

    Non distante, in un mondo parallelo a pochi metri in linea d’aria, in una stanzetta sorvegliata dall’esterno da un tristissimo, malriuscito Redentore in legno sbreccato – ma speranzosamente rischiarato da lumicini sempre rinfocolati da mani (privatamente) peccatrici – e da uno sbavazzante cagnone mastigoforo – che ad un esame più approfondito rivelava l’identità di Suor Crocifissa (consumata maîtresse di giovinette perdute a tariffa variabile) – la giovanissima *, viso cupo e fanciullesco, di quelle incaricate di soffrire ogni volta che si può, dava alla luce un cosino fracidiccio che, sotto sguardi avviliti e increduli, tempo dodici ore, prese ad incartapecorirsi al punto che, raggiunta sembianza di un mostriciattolo fossilizzato, si risolse – per il suo stesso bene – di crepare in fretta, senza troppi scrupoli. Senza troppi complimenti.

    Schiattò, in fin dei conti, al modo d’una castagnola inesplosa, che sbuffi un esiguo fumacchietto dalle polveri mollicce.

    (Penoso – et incredibile dictu –, ma l’orecchio aguzzo, proprio nell’attimo in cui il piccolo scherzo di natura si ricongiunse con il suo angelo custode dal risolino malizioso, avrebbe sentito: “Fffssssssshh…”).

    A fianco del suo lettino, due baciapile ipocrite, per maggior gloria di Nostra Signora Martire dello Scoramento e del Flagello Intrinseco, sgranavano rosarî, rugumando come conigli che mangiano l’erbetta.

    Per una madre quasi bambina è un brutto inizio. Pessimo inizio.

    Ma per una devastante malattia di nervi, oh, bisogna ammettere, è un inizio eccellente.

    Anzi, sebbene con le donne non si può star mai sicuri di nulla, fu un inizio che ebbe in sé qualcosa di miracoloso. Tant’è vero che in seguito, bellamente trascurando illustri precedenti, “Giovanna la pazza” fu il nome con cui il paese intero riconobbe e salutò la poveretta, cui vennero attribuite facoltà medianiche imprecisabili, ma suscettibili d’approssimazione nelle discipline della lettura delle carte e proiezione del malocchio previa caparra confirmatoria di poche – invero – migliaia di lire.

    ***

    – Bisturi! – comandò il famoso dottor * (chirurgo di questo paio di stivali 1), palpeggiando il ventre sferico del poveretto, disattivato sotto le sue granfie – Bisturi! Forza! Movimento! Ché già ’ni sta scurànnu! 2

    Un’infermiera grassoccia e zoppa, allora, depose malvolentieri il fotoromanzo con cui stava provvisoriamente dissetando la sua inestinguibile brama di baci – linguacciuti – stampati e trottignò, armata del prescritto stromento, che le era appena servito per la cura delle unghie, verso l’infelice spento sul tavolo, ma non prima – sia detto a suo merito – d’averne sommariamente nettato la punta sul proprio quarto posteriore.

    Presto l’epa abbondante fu scoperchiata del poco di tessuto che la fasciava, e il famoso dottor * (che Dio se ne rammenti nel momento dei rendiconti…3), essendosi fatto largo di tra il folto pelame con manovre ampie d’avambraccio, sicuro incise e spalancò il marsupio umano.

    Eccheschìfo! – poi sclamò – Ma guardate, guardate questo come se ne va in giro! Ma io dico! Non pretendo certo che si rispettino le proporzioni anatomiche al millesimo, ma costui esagera! Quando fanno così, io… io… manco li opererei, guarda un po’! mi fanno perdere tempo, mi fanno perdere! Eh! Non è che non ho niente da fare, io!

    Raggiòne ha, professòre! – gli fecero in coro i balordi intorno – la ggènte sono pazzi!

    Quindi un solista:

    – Lei perché è troppo bravo, professòre… io, per me, lo lascerei a panza all’aria, così si impara l’educazione, ’stu strun…

    – No, no, Ingallinera, – l’interruppe il famoso dottor * – la scienza (di cui io sono umile ministro), ci comanda di soccorrere, qua, questo paziente! Che egli faccia schifo (anatomicamente ed esteticamente), per noi non deve fare la minima differenza! Noi siamo missionari! Siamo stati chiamati! Dico bene? Ingallinera! Forse che io non sono stato chiamato?

    Professòre, io qua ero… niente ho sentito, veramente…

    – Che cosa?

    – Che l’hanno chiamato, Professòre… – si scusò il diseredato.

    – Quando mi hanno chiamato? Possibile che devo sapere le cose sempre all’ultimo momento!?! Ingallinera! Io ti esautoro!

    – No Professòre, l’ha detto lei che l’hanno chiamato…

    Ossignòre benedetto! La chiamata, la chiamata, Ingallinè, la chiamata è … la missione, no? La mia, missione. Tu devi fare conto che io, anche se sto qua con voi, io sono, nel mio esercizio, un missionario! Io sono un sacerdote!

    – Il professòre parla vangelo! – ruttò la zoppa, che aveva approfittato del pistolotto per vedere se, nella pagina seguente del suo fumetto le lingue lubriche avessero già operato, decretando il trionfo definitivo dell’amore sull’avversità varie (« ’Mmalirìtti, fìgghi ’i sugamìnchia e ’bbastardùni tutti pàri! »).4

    – Grazie Favaloro – la ricompensò il luminare, afferrando un tratto d’intestino a portata di mano e sollevandolo – ma non dobbiamo esagerare! Vero che sono, certe volte, anche meglio d un prete, – (ad ogni strattone alle sue personali frattaglie, intanto, tormentato nell’equilibrio coprostatico, benché silenziato dall’anestesia, lo sventurato gemeva pietosamente) – ma ogni tanto pure io perdo la pazienza! Guardate a questo! Guardate! E che si fa così? C’ha più vermi lui di un negozio di esca viva! Eh! Quand’è così mi schifo pure a vederli!

    E in effetti mostrava, senza mitigarne l’apparenza, la più viva ripugnanza alla vista del suo orologio d’oro, tutto imbrattato dall’entragne violate e lasciate, per la verità, un po’ in disordine.

    ***

    Il famoso dottor * (possa egli soffrire i tormenti più atroci chiamando a soccorso con i nomi più amorevoli gl’indifferenti parenti suoi negli attimi esiziali) non era certo l’unico primario affaccendato, quella mattina.

    Un altro prestigioso terapeuta, governato sicuramente dallo zelo più rimarchevole verso l’esplorazione scientifica, in una stanzetta ambulatoriale del reparto psichiatrico al piano superiore, indagava i segreti smegmatici5 della signorina Vincenzina *, affetta da – oggi si direbbe, con terminologia aggiornata – psicosi maniaco-depressiva – allora si diceva, più empiricamente: “scattiàta”.

    La poverina – della bellezza malaticcia e gracile degli indifesi perseguitati –, non riuscendo a comprender bene qual tipo di incursiva terapia le stesse praticando quella bestia sudata, fissava sgomenta il soffitto con occhi di vetro impassibili, dietro i quali pensava fortemente – quasi a dolersi le meningi affaticate – ai campi odorosi intorno a casa sua, dove ancor qualche giorno prima sgambettava, felice insino all’isteria. Pensava alla mamma che le accarezzava malinconicamente la testolina graziosa.

    Pensava a Morettina (la sua mucca preferita, quella con lo sguardo più sbigottito che si possa ritrovare in un bovino).

    Pensava ad un giovanotto gentile che, una volta, le aveva offerto un fiore: « com’era carino!», e si figurava nella mente che quel ragazzo la amasse tanto, e la ricoprisse di baci appassionati.

    Sì, si trovava proprio con lui. Nessun altro. E facevano – cosa meravigliosa – all’amore!

    Concepiva con la fantasia, dunque, che nel momento presente stava in dolcissima compagnia con quel bel ragazzo, che le diceva parole di miele.

    Ma, fuor della sua comprensione, nella sordida realtà di quella stanza, non era il ragazzo a depredarla, il maturo e prestigioso terapeuta bensì.

    Nel suo intimo, quel giorno, Vincenzina, faceva all’amore.

    All’esterno, Vincenzina faceva all’amore, nello stesso modo con cui, certe volte, quando la testa gli girava forte, si mordeva le unghie.

    ***

    – Ingallinera! – disse il famoso dottor *, fattosi d’un tratto pensieroso – Che cosa dobbiamo togliere a questo signore?

    Professòre, non me lo ricordo… – piagnucolò lo sgherro, che temeva gli accessi d’irascibilità del maestro – …forse che magari lo sa Porrovecchio! Ieri c’era lui di servizio… – sperò.

    – Oh, camurrìa buttàna!6 Forza! Chiamatemi a Porrovecchio! Alè! Alè! Movimento! Forza gioventù, trottare!

    (Tal altro scherano, Porrovecchio Giuseppe, tuttavia – irrintracciabile – anche volendo, non lo sapeva, e poi non lo voleva, intensamente preferendo, in quel momento, perdere altri soldi con i suoi compari di scommesse sui combattimenti clandestini di cani).

    Professòre, non si trova! Forse che è a casa di sua zia Natalina ’a lavannèra 7: là non ce n’è telefono…

    – Ma sempre devo fare tutto da solo! Favaloro, forza! Fammi il numero di casa, vediamo se mia moglie si ricorda qualche cosa! Forza! Làssili fùttiri ’di minchiàti di giurnalètta!8

    La sciancata sorteggiò, con la mano buona, i numeri adatti sul disco selettore:

    – Signora, bongiònno, scusasse tanto, ma oggi ’u prufessùri è ’ncazzatu: vò sapìri chi ’c’iama scippàri a ’stu strunzu ka c’è kà…9

    – A me, a me, movimento! – le strappò la cornetta, quel sapiente – Giovannina, amore della casa, che per caso ti ricordi cosa dovevo asportare al paziente qua oggi?

    – E che mi conti a me? Che sai, che m’immischio io negli affari che non mi riguardano? Ne ho tante cose da fare, io… aspetta, aspetta che cambio mano se no lo smalto si rovina e poi me lo devo mettere un’altra volta. Senti che fài, invece: quando torni, non ti scordare di passare da tuo cognato: mi ha promesso un caciocavallo. Non te lo scordare, hai capito? Pàssici, ché poi quello ne vuole una scusa e non me lo manda mai! Mi raccomando. Ora mi ddevi scusare gioia: ti devo lasciare, ché c’ho assai che fare.

    Infatti, appena chiusa la stringata conversazione, riaprì subito le cosce, allargandole a favore del dottor *, che soffiava come un mantice, infastidito non poco per l’interruzione, giacché parecchio gli seccava rinunziare a parte del tempo a sua disposizione, essendo già denudato, nella stanza accanto, anche il dottor *, pronto a coglier quel che restava della virtù – giornaliera – della signora.

    ***

    (Ora vieni, lettore, ché abbiamo da svolgere un pietoso ufficio. Questione d’un minuto: a qualche metro di distanza, solo un par di porte, si va a far visita ad un brav’uomo. Gli sarà di conforto…).


    Pipitone Paolino, panettiere rifinito, e pasticciere eccellente altrettanto – del resto non si vede come possano impedirlo preferenze sessuali… personalissime… –, un cristaccione d’uomo di chilogrammi centotrentasette (senza la tara), giaceva su una branda, torturato dai dolori che gl’eran procurati dal bacino fratturato.

    Attentamente curava di non farsi scoprire, dai parenti che visitavano gli altri malati nella sua stanza – si sa: in paese, andare a far visita a Paolino voleva dire, quasi sicuramente, che… ma insomma, nessuno ci andava… –, ma quando poteva, di nascosto piangeva. Piangeva di cuore. Per le fitte, certamente, ma anche, e soprattutto, per un altro motivo.

    (Ebbene, isoliamolo, questo motivo: è l’ultima occasione utile. Poi non si potrà più).


    Paolino col bacino

    fratturato, si vorrebbe

    magro, fine, mingherlino,

    piccolino piccolino

    e il fardello lascerebbe

    solo agli incubi cattivi.

    Come un piccolo ragnetto

    che la brezza poi prelevi

    e per l’aria lo sollevi;

    quasi un esile rametto:

    trascinandolo nei cieli.

    Liberato nell’azzurro

    tra le piume e gli asfodeli

    ed i fiori senza steli:

    solo il peso d’un susurro.

    Senza più un solo osso,

    ma neanche un ossicino!

    Te l’immagini che spasso,

    che delizia, che gran lusso,

    volteggiar come uccellino?

    Paolino Pipitone

    non ha più alcun bisogno:

    con i venti, a meridione

    s’allontana in ascensione

    e non dice « Mi vergogno… »

    nella vita replicata

    con un corpo senza peso

    su per l’aria depurata,

    l’atmosfera trasvolata

    dell’empireo più esteso.

    Pipitone Paolino

    se ne viaggia via lontano:

    è scappato da un buchino

    ormai gioca a nascondino.

    Non è più un ergastolano

    nella gabbia dei reietti.

    Giace morto nel suo letto,

    non subisce più dispetti

    degli stupidi e dei gretti:

    ora, è solo un angioletto.

    ***

    – Ha saputo qualche cosa, Professòre?

    Zero Carbonella!10 Figurati se mia moglie sa mai niente, quando le chiedo una cosa! Quella è buona a fare una cosa sola!

    Temettero tutti, realmente conoscendo (a differenza del marito) gli svaghi della signora, che l’operazione stesse per andare a farsi benedire: nessuno osò pertanto proferir verbo, né tantomeno chiedergli a cosa alludesse. Ma ormai il famoso dottor * era già in viaggio, destinazione filippica:

    – Mi fa diventare pazzo solo se ci penso!

    (Apprensione generale)

    – Lo sapete che fa (pare che me lo fa apposta!)?

    Il mutismo e l’omertà regnavano sovrani.

    – Nessuno se lo immagina?

    La saggia storpia cercò di riparare:

    – E ’bònu, bònu, prufessùri… nènti ci fa… Lo sa com’è sò mugghièri: ci brucia. Ci vùgghi ’u pignatièddu quannu sènte ciàuru ’i citròla!11

    – Ma che dici, Favaloro! Certe volte non lo capisco neanche io il tuo vernacolo fiorito! Mia moglie lo spreme dal centro!

    (Tutti, a cappella): Ma no, professòre; la gente conta minchiate; parlano per invidia (quant’è brutta l’invidia!); ma quale…; io manco li sentirei, quelli che dicono cose storte; ma figuriamoci; a lei sua moglie ci vuole bene; si stàsse tranquillo; ma tu guarda, quello che si escono dalla bocca; se ogni cane che passa uno ci tirana pètra…; sìnni futtìssi prufessùri; etc., etc.

    – Invece è vero! – cassò – Lo spreme dal centro! Ogni volta devo raccogliere io tutto il dentifricio dalla fine del tubetto! Mentre lo sa, la disonesta, che mi fa imbestialire! Ma non sono cose da delinquenti?

    (Tutti, risollevati – già scappellati da prima, tranne la zoppa): Ah, vabbè; niente, niente; Professòre… ô Professòre…; non si deve preoccupare, per queste cose; non è che lo fa per cattiveria; non si deve fare il sangue acido; etc., etc.

    – Insomma! – li sovrastò il famoso dottor * – è una brutta cosa. E basta. Ora lavoriamo, signori. Movimento! Allora, che dobbiamo togliere a questo? A me già mi sta passando la voglia! basta, ! Svegliamolo!

    – Ma come Professòre

    – Niente, niente, mi sono seccato. Svegliamolo. Magari lui lo sa che cosa gli dobbiamo levare.

    Il capro squarciato fu richiamato in vita. Ci volle il bello e il buono, dato che s’era affezionato alle soffici lusinghe del coma narcotico, ma alla fine si risvegliò.

    – Bene, giovanotto – gli disse, un poco scocciato, il famoso dottor * – che vogliamo fare?

    – E che vogliamo fare – rispose Patonsio, ancora frastornato – che ’ssàcciu io che dobbiamo fare? Ma lei cu è? Chi è ka vòle ’ri mìa?12 Matre santa! Tutt’a pànza mi squartò! E che ci pàru, piscispàda?13

    – Giovanotto, giovanotto! Le sembra che siamo qua per giocare? Eh? Favaloro, che fa, giochiamo qua?

    non si gioca e non si scherza! – rincalzò la malformata, agitando in faccia a Patonsio un dito basculante in segno di sprezzante diniego – Che t’hai mìsu ’na tèsta, maravìgghia?14

    – Comunque, lasciamo stare gli scherzi ora. – riprese il famoso dottor * – Che cosa le dobbiamo togliere noi? Me lo vuole dire, per gentilezza?

    Patonsio era basito, sconcertato:

    – Ma lei che è, pazzo? Ma che sùgnu, kà, ’ne Mau-Mau?15 Uno non si può addormìscere cinque minuti che subito ci volete scippare qualche cosa? Ma cose, cose dei pazzi! Io qua sono venuto a trovare a mio zio Rosario che c’ha la prostata. Forse che mi sono addormisciùto cinque minuti, e mi trovo tuttu squartatu com’a’n kràstu!16 – strepitò imbufalito, ma non per questo consapevole d’aver dormito, invece, una notte intera, dato che la sera prima, vinto dal sonno, s’era adagiato su una barella – Ora mi cucite subito, qua, ’i vurèdda sfàtti17, se no vi scàsso tutti a legnate! Ma che siete, tutti pazzi qua dentro?

    Patonsio, però, si sbagliava. Il mondo è pieno di pazzi.

    Parola d’onore.





    1Diciamo così… (N. d. A.)

    2Poiché la tenebra della sera ormai sta per avvolgerci! (N. d. C.)

    3Non è certo una bella cosa (e neanche buona educazione, del resto), ma il famoso dottor *, con buona pace dei suoi pochi sopravvissuti, a tutt’oggi campa e sciala. Maledetto! Che Dio ce ne scansi e liberi! (N. d. A.).

    4La tenera e sentimentale paramedica qui rivolge, con animo appassionato, risentite note di vivo biasimo all’indirizzo degli empi avversatori del sentimento romantico che avvince i suoi temporanei beniamini (N. d. C.).

    5Smegma: sostanza bianchiccia caseosa, formata dalla secrezione di alcune ghiandole sebacee e da epiteli desquamati, che si deposita fisiologicamente tra il prepuzio e il glande nei maschi e nel solco interlabiale della vulva nelle femmine (N. d. C.).

    6Disdetta! (N. d. C.).

    7Artigiana esperta nella detersione della biancheria (N. d. C.).

    8Orsù, lieta deponi quelle letture illustrate scarsamente edificanti! (N. d. C.).

    9Il primario amerebbe conoscere qualche fondante dettaglio sull’intervento da effettuare sul paziente al quale qui destiniamo ogni scrupolosa sollecitudine… (N. d. C.).

    10Niente di niente! (N. d. C.).

    11Via, egregio maestro, la sua signora è un esemplare eterotermo: il “sangue” le ribolle, al solo odor di cucurbitacea verace! (N. d. C.).

    12Cosa mi richiede ella? (N. d. C.).

    13Santa Vergine Celeste! Il mio addome è dilaniato! Forse le ho l’aria del vertebrato acquatico? (N. d. C.).

    14Cosa mai ti frulla pel capino, bizzarra creatura? (N. d. C.).

    15Forse mi trovo presso una temibile tribù di selvaggi antropofagi? (N. d. C.).

    16Eviscerato come un caprone adulto (N. d. C.).

    17Le interiora scompigliate (N. d. C.).

    Pel di lupo e la carriola

    di patonsio1 (20/08/2006 - 02:55)

    Pel di lupo e la carriola


    (Romanza triste e cinica un po’:

    andantino, andante moderato, allegretto, larghetto, allegro moderato, allegro con brio)



    Atto primo


    (Andantino)


    Il mattino ha l’oro in bocca!

    L’oro in bocca c’ha il mattino? Che espressione assai curiosa!

    Ma sarà poi vero ciò?

    Par di sì. Almeno a dirla secondando l’impressione di color, che – mica pochi! – una tal formulazione utilizzano per darsi indennizzo quotidiano (di sospetta compiacenza) d’apprestar se stessi e gli altri, con le prime luci già, alle pene d’ogni dì.

    Per talaltri, invece questo spicchio di giornata può (: è tutt’altro appagamento), sorvolato esser da lungi, con le pari ali del sonnellin ristoratore, che gradito strappa via un gustoso pegno lieto – riciclabile a piacere – alle grevi strapazzate delle ore ancora da subentrare e poi svanir.

    San codesti, normalmente, che il castigo rimandato non sarà, per questo stesso, amnistiato, annichilito; tuttavia, la voluttà di scacciar per breve tratto – se non altro, perlomeno – la grigiastra realtà (cosiddetta) “vera” e dura, in favor di quella piena (e policroma vieppiù) del più serio cosmo ideale – quel nei sogni confinato – è per essi, un sensual bacio, rubacchiato – ad abundantiam – alle labbra confortanti d’Amaltea divin nutrice.1

    Tali labbra affatturanti – si dirà, per farla breve – eran premio ricorrente cui s’aggraticciava saldo, e con gusto prelibato, il Signor Pietro Ditrè, che abituato a disertare il talàmo2 coniugale una mezza ma abbondante (invidiabile) dozzina di nottate a settimana, predisposto avea quel furbo una vecchia sua carriola – rimorchiata a viva forza di bicipiti e tricipiti (non da meno i quadricì ) da un devoto amico caro – a esercizio d’ingegnoso mezzo di trasporto proprio, del qual mai volle privarsi, con lo scopo dignitoso di portare indietro a casa il suo corpo provvisorio, mentre quello astrale e lieve volteggiava ognor frullato dai più densi fumi tardi dell’alcolica euforia.

    La Signora Giuseppina, congrua moglie del Ditrè, religiosa e contrariata dai costumi del consorte, nei mattini crisostòmi,3 lo aspettava sulla porta della loro abitazion, attrezzata d’un capace cannocchiale da marina (che indagasse l’orizzonte alla cerca di quel lauto nipotastro d’Epicuro orbitante per le volte e gli spaziî cilestrini – ed è ovvio, manco a dirlo, del suo fido cariolante), come pure di una pila di pesante vasellame (piatti, tazze, sottocoppe e terraglie raccattate) e in aggiunta oggetti variî (suppellettili: a rinforzo) – a portata di man sciolta – efficaci, a suo criterio, alle cure più appropriate, contro l’infernal barbarie d’etilismo marital.

    – Disonesto cosa vile! Disgraziato e delinquente! – novendiava allor la donna, carrellando sul paesaggio col binocolo provetto – Mascalzone farabutto!

    E guatava in lontananza, la carriola prevedendo, ma non v’era ancora là, traccia di “merce avariata” che spiccasse nella linea di confin fra cielo e terra, quind’inutile dogana lei restava al limitar della notte che svaniva e del dì sopravveniente.

    Ritornava indi allo specchio della camera da letto: ci vedeva un mare morto, verticale e in fondo al quale una vita assai fasulla rivangava senza sosta ciò che non esiste punto, e il varcare quella soglia, comportava pure che cert’ignoti oscuri spettri guadagnassero l’ingresso, ed in nome dei tormenti ch’è possibile contare, si dolevan con passione, effondendo tuttavia svaporate grida fioche, non udibili ai più.

    ***

    (Andante moderato)


    Uno aurico mattino – alto il sole, quasi al Zenith, i suoi raggi dardeggiava, tollerabili di poco agl’indigeni del loco – la Signora Giuseppina, pregustava l’euforia di ricever, meglio armata dell’usuale suo apparato, il marito trasportato dal fedele amico a traino.

    Era lì, com’ebbra al sole, pronta alla carneficina.

    Fé il suo accesso la carriola, trascinata dal fidato, che in sordina, susurrando, svolse questa sua orazion:

    – Non lo svegli, amica cara: egli dorme come un putto! Come un angiolo innocente lui colloquia coi suoi pari. Ô beato cherubino, fortunata creatura! Io mi provo, nel guardarlo, una dolce invidia… sa?

    ***

    (Allegretto)


    (Sulle punte dei suoi piedi se n’andò il fedel compagno; non voleva, quel devoto, fare il menomo romor – che gran cosa l’amicizia! Che squisito sodalizio! Tanto più nel caso ancora dove affine sentimento, copre, attenua e infine occulta l’eventuale correità. Sperimentano (ed in tanti!) tal legame pervicace, poi t’arriva la questura: pone fine al sentimento.

    Ma da sempre l’uomo sa come vincere gl’intoppi: mai verrà l’infausto giorno che l’« Amor » non « omnia vincit » … ).

    ***

    (Larghetto)


    Già stendevansi le ombre come fosser onde rotte adagiate sulla riva, di potenza non più viva, d’ascendente ormai in declino su terreno inerte e pigro.

    Senza troppo illanguidirsi alla tenera vision del puttin che fa la nanna, la Signora Giuseppina – che il suon di quelle “onde”, non di molto sopportava, reputandole uno scherno dirizzato al suo amor proprio – il partito divisò, di scagliargli, prima, contro, una raffica di piatti (e qualch’altro arnese ancor, tanto per scaldare un po’ i tessuti muscolari, incupita, già che c’era, dalla notte e dal rancore); poi, giumenta ribellata (visto ch’è ora di biada), a nitrir si mise irata (strano caso dell’umor!).

    – Umhf! Mahh! Gnah! Shhh! Uhm! Bah! Sssciò! – bofonchiò l’angelo santo, eruttando e macinando ancor più squisitamente dei suoi sogni il farinaccio da percóter anco un tot.

    – Gnah? Shhh? Sssciò! Ma io ti disosso! Mascalzone farabutto, ladro delle carni mie! – la virago incalzò tosto, raffermata sempre più nell’idea che le maniere dolci non fossero più sufficienti né opportune, e che il passaggio risoluto a quelle forti e ben decise si dovesse imporre infine, qual precetto contrattuale.

    – E perbacco! E che schifío! – gli strillò infastidito, ridestandosi uno poco, la “celeste intelligenza” – Non si può dormire mica, in santa pace, insomma, qui! Ma che modi sono questi? E che siamo, tra selvaggi? Ma io dico! No, ma dico! Quest’è proprio un’indecenza! Tutto ciò deve cambiar!

    – Ora è questa l’indecenza? – rimbombò la tenutaria del “divino messaggero” – Cambiar tu vuoi? E che cosa? Ma ti cambio io, e ben presto, connotati, ô baccalà! Ricompongo io i tuoi tratti, farabutto criminal! Io non voglio più un minuto, sotto l’alcol conservar, un tal feto ripugnante di meschina razza grama!

    (Qual pignatta che sul fuoco, ne trabocchi il contenuto, quella prese a singhiozzare, aspergendo poi d’intorno salse stille in quantità: come soffia pressappoco la balena – o giù di là…).

    – Vorrà dire allora che… – spiegò Pietro, là per là, impettito e fiero alquanto, come re di negra schiatta spodestato dal suo trono – noi domani partiremo! Io ti dico, e ben ti sta!

    – Noi domani partiremo? Partiremo chi? E perché? E per dove, partiremo, alla fin dei conti, bèh?

    – Basta, piccola curiosa! Io così mi sono espresso! Or ti dico, e non lo nego, quindi tientelo per te!


    ***

    (Egli:) « È arrivata ormai premura

    che io trovi soluzion

    presta, rapida e sicura

    all’attuale situazion.

    Questa folle creatura

    non disdegna il rompimento

    delle mie saccocce, e giura

    di raggiungere il momento

    di vendetta acerba che

    tosto giunga addosso a me!

    Io mi sento un uomo perso

    cui si stringe (sorte avara!)

    pur financo l’universo

    qual galera e poi qual bara…

    Aa mee aa mee,

    la vendetta addosso a me! »



    (Ella:) « Non è vita più da fare

    questa misera perché

    sol mi tocca desinare

    con il fiele in bocca, ché

    questo tristo lestofante

    ha deciso di lasciare

    ad ogn’ora ed ogn’istante

    domicilio famigliare.

    Vi son certi disgraziati

    cui è negato il mero amor

    son tra questi, ahimé, i poeti

    ed i saggi, che dolor!

    Ma è giunta l’ora che

    la vendetta è qui per me!

    Qui per mee, qui per mee

    la vendetta infine c’è! »

    (Amenduni – ad una voce:) « Aa mee, aa mee,

    più rimediî non ce n’è… »


    (Cala, temporaneamente, la tela, ma, da questo momento in poi, il prezzo del petrolio, mai più…).


    ***


    Atto secondo


    (Allegro moderato)


    L’intenzione di don Pietro, già da tempo coltivata, era quella (atteso che, era quegli, in fondo – eh sì… – un gran sentimentalone) di recuperar l’affetto – e perduta stima forse – della moglie rimischiando, della sorte lor… le carte, nuovamente con un viaggio per il mar mediterraneo, che infondesse nuova linfa in quei cuori inariditi: lui colà le avrebbe infatti riparlato ancor d’amore; e le avrebbe detto inoltre le parole sciocche che suonerebbero stupende.

    Eran essi, anche tutt’ora, molto giovani, del resto, e non troppo – per fortuna – dalla vita danneggiati: lui per man l’avrebbe presa, indicandole il tramonto fra il Mar Nero e il Mar di Marmara 4– ciò quand’anche si trovasser fra le acque al largo di Favignana o Lampedusa (quel che vale, no..? si sa, è il pensiero… l’intenzione), ed i termini adoprando più commossi e furfantelli; e le avrebbe sospirato su un orecchio, da vicino, quel dell’alce il caldo alito che acclamare sta per sé sua compagna prediletta, mentre i primi infatuanti venti tepidi d’autunno là avrebbero gemuto, mugolato nelle orecchie di entrambi conquistati.

    Così presero il piroscafo che l’avrebbe accompagnati verso nuova floridezza, e lo preser come quando ci si accomoda a commetter un peccato di lussuria – o (per dar concreta idea:) – , come quando si degusta un gelato succulento, dando modo di pensar che un peccato si commetta.

    Era, a tali prospettive, il Ditrè tanto eccitato, che i suoi magri pettorali – si sarebbe quasi detto – s’espanderono all’incirca d’un centimetro più grossi; Giuseppina sua signora, tanto s’era entusiasmata – cose simili intuendo – che i suoi (i… pettorali… ) aumentarono, in effetti, d’un buon paio di centimetri, nuovo circolo ottenendo.

    Ragazzini eran tornati ( – per esporla bella schietta!).

    S’era loro inoculata una brama trasgressiva, come un farmaco benefico che però procuri prima, febbriciattola vibrante.

    S’era lui portato appresso, nel baule suo da viaggio, la famosa blusa bianca che gli dava un’aria vaga di malgascio seduttore; e lei pure, biancheria che in passati giorni addietro le avean conferito un richiamo di sicuro (adescante) allettamento.

    Malandrino Eros intanto, il divino traditore, nascondevasi or dietro il castello della prora, ora dietro il giardinetto della poppa od il pozzetto, o tra il cassero ed il ponte, gli oblò oppur la stiva, preparato per scoccare le punture acuminate il cui chimico principio si inserisce in deretano per far ciclo d’emivita nel cervel direttamente… – certo indizio di presenza di quel dio capricciosetto fu che Pietro dié in acconto alla moglie Giuseppina uno sguardo lungo e fatuo che non fu restituito, ma il piacere ebb’egli poi, di vedere che, girata (sottomessa alla molecola nel suo sangue subentrata), ella già arrossiva vinta…

    ***

    (Egli:) « È arrivato ormai il momento

    che io sappia dire, e fare,

    dimostrarle quel che sento,

    la mia donna soggiogare.

    Questa tenera creatura

    non disdegna il sentimento

    e mi par cosa sicura:

    se mi favorisce il vento

    del mio fato, il caso c’è

    ch’io invada il suo steccato

    e l’avvinghi stretta a me!

    Io non son ancor spacciato:

    ché mi sento un uom diverso

    che pervien (sorte propizia!),

    a godere l’universo

    come un luogo di delizia …

    Aa mee aa mee,

    or l’amore, presto a me! »



    (Ella:) « Se potessi cominciare

    a riamare mio marito

    crederei io di toccare

    anco il cielo con un dito:

    quest’allegro lestofante

    ha deciso di tornare

    ai miei occhi interessante

    e ai misfatti rimediare.

    Vi son certe fortunate

    cui è concesso il vero amor

    son tra queste, io, invidiate

    da ciascun: tutti color

    cioè che a vuoto

    corron dietro alla ventura

    sol sprecando il loro fiato

    nella triste congiuntura…

    Aa mee aa mee,

    or l’amore, presto a me! »

    (Amenduni – ad una voce:) « Aa mee, aa mee,

    or l’amore, presto a me! »


    (Cala la tela, le sigarette e le marche da bollo, tuttavia, seguono un trend assai diverso).


    ***


    Atto terzo


    (Allegro con brio)


    E la notte seguì a un giorno in cui la navigazione i due sposi avea lasciato lietamente rilassati, con gli occhi ancora pieni dei colori accesi e intensi del Mediterraneo in fiamme – (dell’aurore e dei tramonti logoranti per la psiche di chi è avvezzo solo al suol); il momento giunse ordunque d’adagiarsi sulle brande, per disciogliere il madore (e salsedine sui corpi) nel cantiere di Morfeo.

    Procurava però, il chiuso dell’angusta cabinetta (assegnata ad il riposo dei Ditrè “rifidanzati”), a don Pietro una calura estenuante anzichenò, per il qual motivo scelse di trovar sdraio all’aperto, dove abbandonar le membra inzuppate di sudore.

    Quando ch’ebbe poi trovato una culla alla bisogna, fu sì grata la scoperta, per il caso singolare ch’era questa un’ottomana (pressappoco o giù di lì ) con le ruote, fatta in legno, e dimodochè pareva al Ditrè (contento assai!) la carriola vecchia e cara: quasi un dono del destino, a premiare con un segno positivo e materiale la sua proba scelta attuale d’armistizio coniugal.

    Sopra d’essa si piazzò, e lasciandosi cullare dai bei flutti in movimento, sotto il latteo cielo immane, dolcemente s’ assopì.

    Ma di tanto, dolcemente, che arrivar non vide un’onda, gigantesca, spaventosa, di quel tipo proprio che il terror mette nei cuori dei più esperti naviganti.

    Aggredì l’Onda improvvisa ed immane la murata del piroscafo dormiente, proiettando via lontano il Ditrè che se la sognava con gli angeli colleghi.

    (Non sappiamo se annegò quel beato impenitente, certo che se non lo fece, di sicuro è ancora là…)

    L’indomani, alla mattina, la Signora Giuseppina cercò subito il marito.

    Lo cercò per tutto intorno, setacciando il bastimento.

    Indagò nell’equipaggio, che però nulla sapeva, e né visto tantomeno.

    Quindi:

    – Non c’è verso – disse – perde il pelo il lupo, ma, non il vizio certamente. Ha passato quest’infame (una volta nuovamente) questa notte ancora fuori!

    (Cala definitivamente la tela, umida di spruzzi marini).


    (Il pubblico s’allontana sgomento).




    1La capra Amaltea, nutrice di Giove, era provvista di corni detti “cornucopie”. L’idea, poi, di baciare un ruminante cornuto, non deve impressionare punto il tollerante lettore, aduso oramai a tal genere d’immaginifiche intemperanze da parte dell’Autore. (N. d. C.).

    2Poetica licenza in favor della metrica. (N. d. C.).

    3Vedi nota 2. (N. d. C.).

    4Velato omaggio a un bello spicchio d’aglio che so io… (N. d. A.).

    Per antonomasia, il Bosforo, nome del braccio di mare tra i due suindicati. (N. d. C.).

    Sanculotti Siculi

    di patonsio1 (13/08/2006 - 19:30)

    Sanculotti siculi


    (ovvero:)

    Veridica istorica politica dell’ava fatidica 1


    ( Un poco di storia t’istruisce il lettore: )


    Qualche minuto subito dopo i tempi d’Isacco e di Giacobbe,2 un poco fuori del paese di * , c’era una specie di stalla, graziosa e civettuola quanto un lebbrosario.

    Tal ricovero – già eletto come venerando santuario dalle pulci – avrebbe in sé presunto le attribuzioni di anticamera, sala da pranzo, angolo cottura, stanza da letto, soggiorno e tinello, se si fosse potuto esplorare attraverso la nobilitante trasfigurazione conforme ad una fervida fantasia deviata.

    In quell’abituro, bipartito da un vetusto e sconnesso tramezzo d’assi tarlate a dovere, e presidiato di fitti ragnateli (acciò non lo si considerasse lezioso pied à terre, o dimora di leccato zerbinotto), viveva il nonno paterno – nonché sconsolatamente longevo – del mirabil Nostro Patonsio, che rispondeva (ma sol qualora lo scuotesse il ticchio, ed in qualità d’antenato “in fieri ”) all’indigeno appellativo di “ ’U zù Scaccitièddu ”.3

    Il bell’avo, a un bel momento, torno torno si guardò.

    Si può andar certi: a suo modo.

    L’avresti detto – ovverosia – in arcani enigmi assorto, ma in verità, ronzino fuori moda, si teneva al contegno dei suoi colleghi aggiogati alle pubbliche carrozzelle, i quali, ornamentali di cert’angoli di piazze, paion impietriti da dilemmi ineffabili, da incomunicabili ragionamenti, ed invece ne’ lor cervelli mulina il vento pispigliato dal più disabitato nulla.

    Poi, però, coi suoi occhi color chimera infranta – il severo color che s’addice al disgraziato – , vide il pagliericcio, sapido d’anni e di rincrescimenti.

    Vide, a gambe all’aria, il panchetto stanco e brontolone, rimbecillito ed ebbro come la seggiola spagliata su cui tentava di sorreggersi.

    Vide il pitale clorotico, che stolido occhieggiava da un comò, sciancato e zoppo “dai tempi dei canonici di legno”.

    Allor così discerse che la solitudine sua, di terreno, fin troppo n’avea guadagnato – lo specchio stesso aveva preso in uggia ormai rifletterlo… – , e si disse:

    – Basta più! Voglio dimenticare.

    E si buttò in politica.

    Occorre dire che il natio suolo dello Scaccitièddu, si segnalava per esser governato non propriamente secondo lustri modelli democratici d’attica eleganza, dacché le consorterie dominanti – irriducibilmente immedesimatesi già da un pezzo con l’istesso concetto di “Patria” – si mostravano caparbia­mente retrive ad ogni popolare mal parata che sfidasse alcunché de’ lor invisi privilegi.

    Difatti, in fiero ripudio di qualsivoglia restrizione, suggerita dalla pubblica necessità, alle vigorie masticatorie, alle floridezze digestive proprie, animosi insorgevano:

    – Vergogna! Voi attaccate la Patria! 4

    (E non v’è, ad ogni probo conto, gran motivo di stupore: in ambito non troppo distante, mentre alcuni insetti non trovan da opinare, altri, che un certo grado d’incivilimento han conseguito, non riescono a comprendere perché l’uom, da sé, i propri abiti non secerna).5

    Quel popolo, in ogni evo avvezzo a morsicare la catena (la mano del padrone: giammai), principiò a darsi noia d’avere una “Patria”, e l’enzima avvertì dell’agitazione dilatarsi nelle budella, ragion per cui, in perfett’ossequio alle leggi fisiche sull’espansione dei volumi – quelli intestinali non obiettano eccezione – tensione e spinte pressurali eccentricamente s’accrebbero, incontrollati sfiati preludendo.

    U zù Scaccitièddu, che nei confronti della signoria degli ottimati spontaneamente nutricava un’incrollabile avversione – atteso che considerava indizio di malattia certa (e forse infettiva) le diafane carnagioni non abbrustiate dai raggi del sole, a paragone della sua solida buccia brunita, spessa e setolosa qual suinicola cotenna mai potè menar vanto – , autonomamente s’incaricò di prendere le parti del popolo.

    E le prese, com’altri incendiati da tardiva passione – che si scoprano, settuagenari, pittori in nuce, o poeti ab imo pectore – , in cuor suo ravvisando che più non vivrebbe se non in difesa della “causa”.

    ***

    Si dirà, senza fallo, che ’u Scaccitièddu annoverava, nel bagaglio suo morale, giudizi pochini e corti, ma sbozzati dalla pietra di granito, e più modiche congetture, anch’esse rade e di coltivazione stenta, talché le poche, che il cervello gli affollassero, dovean restar pure in piedi, tetragone, non trovando po­sto a sedere; e siccome le idee – sovente – che non ottengono un comodo seggio, son capaci di svegliare alquanta sedizione, quegli credé infallibile ed esatta l’unica intuizione pervenutagli – dalla volta celeste – in materia di politica e governo: bisognava, certamente, “ fare la rivoluzione! ”.

    ***

    Un giorno ch’era fiorito, nella piazza del paesucolo, un minimo patibolo, tavolato in prò dello spurgo dei conferenzieri, un tribuno della plebaglia, ecumenicamente rivolgendosi ai quattordici anziani (che, qual’indifferenti ortaglie, stracchi esornavano la facciata dell’unica bettola), ai due bastardini accovacciati a piè delle sedie sdentate, né trascurando il macadam di scaracchi lastricati – unico vero assembramento civico (su cui tre monelli si sgarrupavano d’impegno, a suon di ricreativi sganassoni, lor fisionomie) – , s’arrisicò di tuonare:

    – Cittadini! Pìcca ’nnavièmu! 6 Si ddeve perdere il mio nnòme, se dentro un mese, una simàna, domani, magari oggi stesso ( privo didDìo! ), noi non marceremo trionfanti contro le armi dei padroni!

    U Scaccitièddu, spiritaccio positivo e pragmatista, proruppe d’istinto:

    E ’cchi ci paràmu, ’è patrùna? frìschi e pìrita? 7

    – Cittadino! – replicò, interdetto un poco, l’arringatore – Come? Tu indietreggi pauroso? Il nostro sdegno, sarà moschetto! Il nostro disprezzo, sarà polvere esplosiva! La nostra vendetta, sarà pallettone mortale! Cittadino… chi ’mmìnchia t’hai misu ’nna tèsta?!? 8

    Grand’ammirazione, e maraviglia, e calor d’esaltazione destò in fretta nei presenti omeotermi il fucile caricato a disprezzo che sparava vendette! E una salva di consensi, corroborati da sonore, entusiastiche bestemmie – l’idea, del resto, più redditizia ai tiranni, è quella di Dio – premiò l’oratore, mentre ’u Scaccitièddu ricevette in pagamento guardate sdegnose, villane, ostili, e asprigne parole che l’indussero a tornarsene, amareggiato, nello speco domestico.

    ***

    Lo Scaccitièddu (al secolo – e per il Municipio – Antoci Carmelo), era un diavolo buono, possedeva la gravità di chi ha in orrore l’ironia, lo scherzo e l’ignoto, ed era esente da spirituali o ideologiche alternanze, sprovvisto persino di chiaroscuri nei quali il rilievo della tempra sua risaltar potesse.

    Aveva, in fin dei conti, un’anima così tersa, e trasparente, che nessuno avrebbe potuto vederla, osservarla, commentarla. Al modo stesso dell’oro, che senza una modesta feccia di metallo men pregiato non può far lega di conio, l’altrui apprezzamento gli era irremissibilmente negato.

    Gli mancava, insomma, quel briciolo di lestofante, quel granello di farabutto, utile acchè il mondo potesse dirgli: « Ah, però, eh, eh, eh, che brava persona! »

    ***

    La vita, cionondimeno, continua.

    Se ne frega di noi e di tutti gli scaccitièddi negletti o bistrattati.

    Tornò, quel desso, poco tempo appresso, i comizi a frequentar.

    ***

    Venne il turno d’un susseguente divulgatore dei patimenti imposti al popolo dal malgoverno.

    Colui enumerava, con voce rotta e persuadente, le sofferenze collettive, lasciando emergere, ogni poco, parole fosche e terribili che bollavano i despoti odiosi, e che spandevano sull’uditorio – stavolta – numeroso un astioso sconforto, che cresceva e cresceva, mentre qualche luccicone d’amarezza, sciolti gl’indugi, voleva alfin mostrarsi.

    Quei discorsi pesavano come un’oscura minaccia sulla moltitudine. La rendevano ancor più schiava e angariata dal tallone oppressore, aborrimento e rancore sapientemente diffondendo.

    Finché cadde un silenzio duro, rabbioso.

    I cuori all’unisono palpitarono, una palude di dolore invase la piazza.

    U Scaccitièddu sentì che quella pena, dipoi che gl’ebbe irrigati i piedi, su per la gola gli montava divenendo fiamma e ruggito. Quindi muggì:

    Ittàmuli fòra! 9 Cacciamoli!

    Ma una voce più sonante, al di sopra della sua, ripeté alle sue spalle:

    S’àffinìri ’stu bburdèllu! 10Cacciamoli!

    Fu don Giovannino La Rosa – generalmente inteso “Vannùzzu test’e’cane” a motivo del suo modo latrante d’irrompere nelle ciarle di crocicchio – a ricuperar la tesi, e focoso brandendo un bastoncello intimidatorio, si faceva oltre a ciò rimarcare ammantandosi, per la solenne circostanza, d’un chiassoso cravattone cremisi, qua e là mineralizzato da ripartite pillacchere salivari.

    La folla, non più oltre ch’ebbe inteso il fatal grido, qual bestia feroce che è per balzare in assalto, parve – un temibile istante – raccogliersi per caricar le forze designate all’irrevocabile scempio ultimo, si contrasse, s’eccitò empia e sfrenata (com’è suo impulso naturale), indi si gettò delirante su don Giovannino, che temé bell’e raggiunta l’ora sua estrema.

    Ingannandosi, ché quella belva strepitante se lo issò sulle spalle, e al bramito altissimo – “che più nulla aveva d’umano” – di « Cacciamoli! Cacciamoli! Viva don Giuvannìnu! », si rovesciò per le strade come un mare tenebroso e immane, esaltata e ubriaca d’odio, e d’insano furore, avida di gesta orride e sublimi, smaniosa di versar sangue, lacrime, perdono, di far sterminio, trionfo e partizioni, di dar principio a cose impressionanti e leggendarie, e ad ingenti minchiate nondimeno.

    ***

    (La bestia, impaziente d’una vendetta ideale, indeterminata, si disponeva, dunque, all’inconcludente libidine della scelleratezza senza vero piacere, sprovveduta d’acconcia crudeltà.

    Con ciò frodandosi una volta di più: altro vantaggio – o resto di giustificazione – invero, non ha il delitto, se non quello d’esser compiuto per il gusto e la goduria del delitto stesso.

    Si sa: la bestia è bestia.

    Non ha mille lire di rendita, e di tutto vuol parlar lo stesso…).

    ***

    Anche l’ossame perituro dello Scaccitièddu fu risvegliato e scosso da egual morbo contagioso, dalla medesima passione fu travolto, sicché, una con la folla bestia agglomerato, si strusse anch’egli di sbalordir le genti con la vastità del suo operato e la grandezza delle sue imprese: infinitamente bramò di vincere o morire.

    ***

    Don Giovannino, non più uomo ma vessillo, si divincolava per cercar d’evitare – almeno – il combusto fiato di mostro emanato dal nugolo d’insorti che lo sbandieravano in alto; in cuor suo avrebbe rinunciato a un braccio, pur di essere al riparo a casa sua, mentre i barbari gonfalonieri delle sue car­ni, ferocemente esibendolo e agitandolo al vento, ognor più in su lo sospingevano, eccitati dalla – non troppo – segreta speranza che, da un momento all’altro, il corpo di lui sarebbe sbrindellato di pallottole omicide, allo scopo di farne un santo cadavere lacero, da consegnar al trionfo che conviene al martire.

    Più lo innalzavano, crollandolo e dimenandolo, e più s’infondevano scambievole certezza ch’egli guidasse, ispirato e degno, la colonna di lor tutti infelici.

    La Rosa Giovanni, dal suo miserabile cantuccio, poco meno ch’esanime, a questo punto, a pena tentava di comandare i conati di vomito che in ogni sua fibra lo squassavano, e, apprezzabilmente, esibiva la sua personale interpretazione del martire perseguitato.

    ***

    Quella sera stessa si spargé sangue in quantità bastevole, non tuttavia a segnar l’inizio di moti rivoluzionari, che ponessero fine al malgoverno, bensì a causa delle risse scatenate nella marmaglia scervellata, a proposito di qual notabile o qual’altro maggiorente avesse a ricevere per primo castigo o condono moratorio.

    ***

    Don Giovannino “test’e’cane” abbandonò, insalutato ospite, il condominio terreno pochi anni dopo – senza peraltro essersi lordato mai le mani di violenza – per una deprecabile patologia alla prostata (a quei tempi non se ne sospettava neanche l’esistenza).

    I cittadini si sottoscrissero per la realizzazione di un piccolo busto in bronzo, in una piazzetta secondaria, recante una targhetta con la scritta: « Cacciamoli! »

    Quando ’U Scaccitièddu passava per di là, non poteva fare a meno di ripetersi che la quota di ventitrè lire, che gli era toccata d’esborsare per l’erma commemorativa, era spropositata, e che “ai suoi tempi” con la medesima cifra, ci veniva ben otto chili di lega di rame e stagno in più:

    Mìncia quantu costa oggi ’a vita! Emmagàri ’a muòrte bbuttàna! 11



    1Non di ava trattasi ma di avo, a onor del vero, ma la rima sarebb’andata così… per bivacchi… (N. d. A.).

    2Fa d’uopo rammentare, del resto, che in Sicilia, in ispecial modo nella zona lumeggiata dal presente apologo, le caligini del Medioevo cominciarono a diradarsi intorno al 1960 all’incirca… (N. d. C.).

    3Lo zio “Focaccina ripiena”. (N. d. C.)

    4Ciò accadeva unicamente a quei tempi, poiché, come ognun sa, oggi non v’è traccia di simili retaggi… (N. d. A.).

    5Se ci siam capiti, bene. Se no, c’è fior di demagoghi e mestatori, politicizzatissimi, che esaustivamente la spiegano al paziente lettore… (N. d. A.).

    6Ormai ce n’è per poco (tempo) ancora! (N. d. C.).

    7Quali armi noi potremo opporre al tiranno, forse pernacchie ed emissioni flatulente? (N. d. C.).

    8Cosa mai ti frulla pel capino? (N. d. C.).

    9Gettiamoli via! (N. d. C.)

    10Questo problema deve risolversi una volta per tutte! (N. d. C.)

    11Deh! Quanto s’è accresciuto ormai il costo della vita! E pure quello della morte! (N. d. C.)

    La "gebbia"

    di patonsio1 (08/08/2006 - 02:30)

    La “gebbia”


    La piccola contrada *, con le sue case vecchie di pietra bianca, dai tetti inesatti, irregolarmente tegolati, che si riversano straccamente su un molle declivio – abbruciato, più del desiderabile, dal sole del mezzogiorno – le cui minime sinuosità son spruzzate da macchie di carrubo pigro al pari della popolazione, può, senza troppi faziosi dissensi degli altri vicini campanili, passare per uno dei siti più graziosi del territorio della contea di *.

    Nelle campagne intorno, tenute sotto costante minaccia di siccità da un clima implacabile, soprattutto nei mesi caldi che, a queste latitudini, durano a lungo, l’acqua è un bene prezioso: farne giudiziosa economia è una delle più usuali opinioni del contado, dei bovari, dei bifolchi in genere, e non diversamente possiede eccellente valore per gli usi domestici delle altre famiglie, alle quali è stato impartito, dalle passate generazioni, il prudente insegnamento di riservare sempre un occhio vigile verso tal’indispensabile elemento.

    Grazie ai numerosi pozzi escavati un po’ dovunque – che si riforniscono del resto da vene minerali spesso d’ottima qualità potabile – essa viene accumulata in grandi cisterne che ne assicurano l’agio non soltanto per l’igiene casalinga, ma se ne fa largo uso, di buon grado, anche per la cucina.

    ***

    II signor *, riunito al tavolo da pranzo con la sua cospicua consorte, – donna ingenua e innocente, quella buona provinciale non aveva mai imposto torture alla sua anima allo scopo di ottenere una qualche estranea sovrabbondante sfumatura di sentimento o di dolore, talché se proprio fosse stata costretta a rivolgere il suo pensiero a concetti affini alle passioni, l’avrebbe fatto come i conterranei pensavano alla vincita al totocalcio: fantasticherie e fumo di sterpaglia buono per abbindolare qualche sconclusionato – aveva per inguaribile abitudine quella di spiegare tutta la pompa della sua abbreviata importanza controllando, come fosse vero intenditore della fabbricazione dei metalli, le posate nel dettaglio più trascurabile. Il che gli dava un’aria grave e posata, come di chi non possa sottrarsi a quel genere di ricordi che sgorgano da un animo pensoso e profondo. La moglie lo lasciava fare, naturalmente, poiché ben sapeva quanto fosse importante, ai fini della carriera donnesca e a quelli pensionistici, custodire in buona salute e considerazione di sé un marito fesso – anche le donne meno navigate imparano, con mediocre impegno, a trar durevole vantaggio dalla stupidità maschile.

    Però, uh! Ah, hum! E insomma..! ma beello, questo spezzatino, bello1 veramente!

    Vero? – rispose la signora *, compiacendosi del suo comprovato credito in ingegno gastronomico.

    Sisì! Ti dico, veramente. Bello, bello. Saporito. Anzi, magari più saporito dell’altra volta. Anzi no, pure l’altra volta era saporito assai. Complimenti!

    Grazie, mi fa piacere. Effettivamente mi sta venendo bene.

    Ci metti qualche ingrediente nuovo?

    No… o forse mi è caduto un poco di sale in più… mah!?!

    Non è questione di sale. È proprio ricco di sapore, , si sente la carne. Magari il macellaio te la dà migliore. Sisì, la qualità è migliore. Si sente che la bestia non è stata ferma, ma ha camminato, è andata in giro senza controllo, forse si è scelta il nutrimento più… più… più… no?

    Ah sì. Può essere. Hai voglia! C’è da dire che le verdure che ci metto sono belle fresche. Quelle portano sapore…

    Può essere. Però… questo brodetto, non è cosa che viene dalle verdure. Mi scialo a bagnarci il pane! Ahh! Mi finirei un filoncino sano!

    E infatti siete di famiglia. Pure tuo zio Carmelo, la soddisfazione più grande che ha, è quella di pulirsi il piatto con mezzo chilo di pane. Almeno, mezzo chilo! – “chilo” lo pronunciò, involontariamente, gracidando, cosa che per un attimo fece sorprendere il marito.

    Lo zio Carmelo, vivace come un giovane farabutto, brillante come un gobbo, davvero aveva questa ed altre – laddove parecchio, laddove in misura ridotta – discutibili passioncelle, prandiali e non. Tante, tante. Come quella d’inghiottire un intero galletto di pane voluttuosamente rimestato nella pentola del sugo, prima ch’essa facesse la sua comparsa in tavola; quella di dissimulare un lungo, malinconico rutto nel bicchiere per un terzo pien di vino – non un centilitro di più, non uno di meno – a metà pasto all’incirca; oppure quella, arrivati alla frutta, di sfilarsi le scarpe coi piedi stessi, e grattarsi febbrilmente gli stinchi in modo alquanto rumoroso con le unghie degli alluci, smisurate e previamente esentate dalla costrizione del calzino tramite un grosso buco – chissà, probabilmente praticato di proposito, o, per sorte, prodotto dagli unghioni mostruosi – mentre invariabilmente ragguagliava i presenti – non importa quanti ne fossero – in merito alla decadenza dei valori e alla progressiva scomparsa del reciproco rispetto, sani costumi dei bei tempi antichi. Od ancora quella – ma con questa sarà bene interromper la sequela, a scanso di metter mano ad un altro, non previsto racconto – di rastrellare a fine pasto con l’unghia del mignolo della man destra – mentre con la manca descriveva circoli di fumo azzurrino ed ampie, immaginifiche volute, con una oscena cicca senza filtro (i cui sterpi intimorivano gli astanti incendiandosi con gran scoppiettìo e mandando minacciosi barbagli torno torno) – terribili pallottoline di forfora e muco nasale che, amalgamate con cura certosina, diventavano orridi proiettili mandati a schiantarsi sulla carta da parati, con indicibile raccapriccio della signora *, la quale si assentava immediatamente dalla comune per andare a schiumare, idrofoba, bava di fiele in cucina.

    Da sola.

    In preda alle convulsioni.

    (Penosissimo a vedersi!).

    Poi se la faceva passare, si sciacquava la bocca, e consapevole del fatto che l’ipocrisia, per essere utile, è utile nasconderla, ricompariva in soggiorno, la fronte imperlata da grasse gocce distillate dalle linfe dell’odio più genuino e del più rancoroso aborrimento.

    E vabbè, mischinu, è anziano. Sai come sono gli anziani. – qui il signor * smorfiò un sorriso, pago del proprio indimostrato senso di consapevolezza delle cose della vita.

    Com’è che non si vede più da qualche settimana, a proposito? Ogni domenica è sempre qui, da noi… – e, involontariamente, disse “noi”, la signora *, con la voce arrochita da un fiotterello di bile tenuto a bada appena in tempo.

    Ma vero! – fece il signor * – Non è che, per caso, hai avuto qualche discussione con lui? L’ultima volta non mi ha neanche salutato, quando è andato via…

    Ma figurati! Non lo sai com’è tuo zio? Va sempre di fretta, soprattutto dopo pranzo, ché sembra avere sempre qualche urgenza impellente, qualche cosa importantissima da fare… – per quanto potesse controllarsi, la signora * subiva una manifesta alterazione della pronunzia, quando si riferiva a quel barbaro imbrattatore di pareti… e tende, per l’appunto, dato che uno fra gli altri singolari entusiasmi dello zio (sicuramente condannato all’inferno, stando ai pii canoni della donna) era quello di pulirsi vigliaccamente la bocca, con i tendaggi della sala da pranzo, e (ella sperava appassionatamente potesse trattarsi soltanto del medesimo orifizio) con quelli della sala da bagno (dono, quest’ultimi, di una zia sua personale, infruttuosamente corteggiata dall’empio Carmelo durante la sua scellerata gioventù).

    Ah, che sagoma! – tentò istintivamente di riparare il signor * – devo proprio fargli un colpo di telefono!

    Ceerto..! – sibilò la signora *, pascendo nel suo cuoricino i più commossi aneliti di lesto avvento di colpi ben differenti allo zio.

    ***

    Svegliatasi in uno splendente mattino di luglio, non foss’altro che per l’impareggiabile privilegio tutto femminile che gli derivava dal far sempre tutto ciò che il capriccio del momento le ispirava, la signora * emise (prima, un flebile sbadiglio, poi un bofonchiato commento che quasi sicuramente doveva avere per contenuto l’apparente bontà degli aspetti meteorologici, infine) l’inappellabile sentenza:

    Non c’è quasi più acqua nella cisterna, chiama il signor Mezzasalma per farla ripulire prima di riempirla di nuovo.

    A capo di mattina, c’è poco da discutere: se si è api, si va a succhiar miele.

    Se si è il signor *, si esegue l’ordinanza.

    ***

    Come tutte le persone volgari, Mezzasalma Antonino, di professione… beh, diremo variabile – benché si possa dire con sufficiente fedeltà che tra le sue prestazioni d’opera rientrasse la politura di pozzi e cisterne (in mancanza di meglio da ripulire, ad esempio principe gli appartamenti delle contrade viciniori) – esagerava le proprie sensazioni allo scopo di ottenere un certo effetto, laddove, le persone alle quali egli avrebbe disturbato il colloquio, generalmente attenuano un poco i loro sentimenti, e ciò non per insincerità, ma per una specie di istintivo pudore, alla gente comune – ancorché intelligente – sconosciuto. Tuttavia, finanche depurata dalla feccia dell’amplificazione sostenuta dal personaggio Mezzasalma, la motivazione dell’urlo – “che nulla aveva d’umano! ” – tuonato all’interno della gebbia 2 sussisteva in tutta la sua perspicuità:

    Ahhh! Currìte! Currìte!

    La signora *, che nel terrore mai domo d’imparare qualcosa di nuovo, s’era fatta, ad ogni buon conto, una regola anteriore ad ogni nuova esperienza, sospirò tristemente al marito:

    Oh Dio, oh Dio mio! Ecco, lo sapevo! I carabinieri in casa nostra! Che vergogna! Presto, vai a vedere…

    Qui l’Autore deve ammettere che gli mancano le espressioni adatte per dare un’idea dello sgomento e della costernazione che ghermirono il signor * sopraggiunto presso la gebbia scoperchiata.

    La sua testa era come disorganizzata da un calore ardente.

    Oh Signùri! Madonna del Carmine benedetta! Oh GesùGiusepp’emMaria! – piangeva l’infelice.

    Il pensiero che gli dava la visione di quella gebbia l’investiva, con tutta l’attrattiva di una sconvolgente novità – e le novità, in provincia, si assaporano fino all’ultima goccia – come una fiamma divoratrice e ingorda, poiché lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi, abbandonandolo interamente in balìa di se stesso, parve accrescere l’orrore del momento presente, per cui non gli riuscì di esprimersi, come Medea: « In mezzo a tanti pericoli, mi resto io », e come grida l’infelice torturato dal bisturi del chirurgo, con tale azion reputando di dar sollievo al proprio dolore, gridò:

    Zio! Ô zio!

    Scoraggiata dalla rappresentazione mentale di una fresca malefatta carmelitana, e avendo temporaneamente perso la padronanza del suo rituale contegno conforme, la signora *, risoluta a frugare col ferro nella ferita, accorrendo esclamò:

    Vediamo, dunque, e vediamola, l’ultima minchiata di questo pezzo di lestofante!

    Prego Dio – amaramente sussurrò quel marito accasciato, guardandola con l’occhio severo dell’uomo disgraziato – che ti conservi tutta l’incoscienza di cui sei degna. E, credimi, è dire molto. Molto.

    La frase fu da lei giudicata molto profonda.

    Troppo profonda per dover essere scandagliata. Pertanto, preoccupandosi ora principalmente delle scomposte manifestazioni del Mezzasalma che con gran strepito rantolava all’interno della “sua” cisterna, ricoprendosi dignitosamente del suo abito di diplomata al liceo classico, riprese più conciliante:

    Ma insomma! Costui disserta, non conversa. Che c’è? Che cos…

    Guarda!

    ***

    Dopo pochi giorni, avendo finalmente scoperto perché il suo brodo aveva recentemente acquistato quel sapore così ricco, la signora * disperdeva affettuose lacrime alla memoria della buon’anima dello zio Carmelo morto per la caduta fatale nella gebbia :

    Ah, povero zio, non ce l’ho più con lui…

    1 Nel senso di: buono. N. d. C.

    2 Nome siculo per “cisterna”. N. d. C.

    Il rospo Armando

    di patonsio1 (06/08/2006 - 11:39)

    Il rospo Armando

    ovvero:

    Favola bislacca

    (cantabile)

    anzichenò

    per lettori miscredenti.


    In quel giorno di vigilia chè del Santo Liberato, il pittore Gaetanino si portò con gran contegno verso casa del cliente, seco lui recando appresso cavalletto, arnesi, tela, e ogni sorta daccessori che gli fosser di mestiere per portare a compimento il ritratto di un borghese, e cioè a dire dun signore reso alquanto stravagante dalla morte della moglie - a prestare qualche fede ai racconti della gente.

    Era questi si diceva un ex sarto, don Turiddu1 ’U maravìgghia,2 uomo ingenuo, assai sgraziato, e di cranio disboscato; grossi gonfi e fuor di testa gli occhi orrendi roteanti, ma in compenso alla bruttezza si può dire che esibiva con avvezza dignità quel curioso portamento conferito di diritto a chi si trovi, a Dio piacendo, nel prezioso e non ambito fiore di decrepitezza.

    Sistemati in bellassetto gli strumenti ed i suoi aggeggi, Gaetanino il ritrattista imprendette prestamente con bel garbo di maestro le movenze necessarie allartista di gran pregio:

    Don Turiddu, io vi faccio un servizio sopraffino, per cui Voi mavete a dire quale posa preferite, che profilo Vi compiace… come debbo io effigiarvi…

    Certamente, caro amico, proprio giusta la dicete, sono ormai molto convinto chè arrivata lora in cui più non posso rimandare una cosa assai importante: qui si tratta di affidare agli eredi ed ai parenti, agli amici, ai conoscenti un ricordo degno e sacro della mia persona stessa, per cui bando allincertezza, e mettiamo mano allopra che mi dia, come mi spetta, il conforto di sapere che quandio già dipartito mi riempio la mia fossa non ci sia mai per nessuno titubanza o dubbio alcuno su chi occupa un tal sito.

    Ciò dicendo,u maravigghia, si sedette tutto tronfio su un scanno ben speciale: era infatti una poltrona di fattura bella e antica, messa in piedi con talento dalla moglie sua defunta, tutta a mano costruita e di giallo tappezzata, un sedile assai virtuoso in cui egli figurava come su di un piedistallo, pronto a rendere lomaggio alla foggia di bertuccia ostentata interpretando la postura belluina che gli era naturale, vegliardone incanaglito dallorgoglio di se stesso. Mise mano su un bracciuolo, e con laltra ancor più salda manteneva un copricapo, fatto a guisa di trombone, in bella mostra dingiunzione, di comando e autorità, quasi avesse attribuita, per decreto altrui o divino! una certa potestà.

    Mi farete, giovanotto, disse il vecchio babbuino co un abito marrone, chè il colore preferito mio che so quanto importante è la veste per il prete, la sottana per la donna e la giubba del soldato. Mi farete, inoltre poi, tutto bello abbottonato sino al mento, nondimeno, poiché luomo abbottonato, come sanno anche le pietre, un gran savio è ritenuto… uno profondo… un esemplare di giudizio e probità..!

    Il dubbioso Gaetanino già estraeva i suoi pennelli ascoltando in princisbecco lattempato ganimede vizzo e arzillo nel suo fusto, con gli occhioni ben sgranati per la strana filastrocca, impostando una condotta, improntata alla bisogna, di composta gravità.

    Appariva nella tela, sotto i colpi del maestro, il grugnaccio butterato, molle, flaccido, tarlato, appariva per magia inspiegabile davvero quellovale tristo e cereo, e se un mago dispettoso per arbitrio oppur per celia lì si fosse indaffarato, meglio non avrebbe fatto, con incanto o sortilegio, con laiuto del malocchio, per fermare nel dipinto la deforme creatura partorita per ischerzo, per sfottò della natura.

    Il ritratto ora prendeva una vita sua reale come avesse dimprovviso acquistato libertà dagli uomini e dalle leggi che natura suol imporre agli oggetti inanimati, a materia inerte e muta: Gaetanino stupefatto rimirava ad ogni poco con passetti e mosse acconce tale affresco portentoso, e diceva tra di sé che la cosa gli sembrava finalmente la conquista tanto attesa, lespressione genuina di quel suo grande talento poco o nulla discernito dalle bestie e gli ignoranti, buoni solo a disprezzare, sempre pronti ad affibbiare nomi schifi, sporche ingiurie disgustanti per invidia e per viltà, per nessun altro motivo che la rozza inanità.

    ***

    Uno, due, tre colpi di pennello ed il quadro gli parlò.

    A lui disse che poteva, ministrando larte propria, sbalordire le platee, sovvertire la realtà di pittore sconosciuto e mutarla in conclusione nella gloria vera e immane che spettava aglimmortali, gente come non se ne fa più. Ma ecco che di presso ai tacchi un rumore invero strano tutta un tratto gli arrivò: si chinò lartista in erba, ed emise un forte strillo nel vedersi alle caviglie unorribile creatura, grossa, enorme addirittura, pronta a fare la scalata delle gambe lunghe e secche dellintruso sgomentato. Era un rospo colossale, ben rigonfio e dilatato, con le fauci schiumose spalancate oltre misura che gettava ovunque intorno gran scaracchi disonesti, impestanti, marci e densi, di color pervinca e blu.

    Qual non fu la meraviglia del maestro paesaggista vale a dir del giovinotto che dun subito svegliato dai torpori di poeta dellimmagine affrescata diè di piglio alla ramazza per scacciare linvasore delle membra sue aggricciate nello spasmo del terrore! Gli gridò:

    Vattìnni bestia! Ingrasciata cosa lurda, disgraziata camurrìa… ora leviti ri kà! 3

    Mentre stava per scagliare lanimale a calci via, più lontano che potesse dallo spazio intorno a sé, lo trattenne con vigore il vecchio sarto strepitando:

    Fermo, fermo Mastro Tano! Non mi fate questaffronto! Non toccate il figlio mio! e girato verso il rospo disse tutto smanceroso:

    Gioia, bèddu, zuccaràtu, ciàtu, spècciu ’ro papà..!4 Vieni qua tesoro mio, vieni qua dal tuo papà!

    ***

    Cè bisogno casomai di chiarire a quel lettore un po distratto o pigro alquanto, se il Tanino, il nostro eroe, fosse dentro oppure fuori della grazia del Signore? Per intanto il gran batrace, sdegnosetto e pien di sé, ricadendo al pavimento, quella vittima sdegnava sputacchiando compiaciuto, tutto altero ed orgoglioso quasi che motivo avesse dessere magnificato per le doti eccezionali strane, certo, ma eccellenti appannaggio solamente delle genti straordinarie che una traccia superiore nel terreno itinerario lascian sempre a insegnamento del comune uomo mortale. Ed infatti il rospaccione, con burbanza tracotante e immodesta spocchia vana adocchiava disgustato colui che, a suo parere, non poteva rivelarsi che imbianchino solamente, non poi tanto rifinito, per di più: gli puntò, stucco e scocciato quegli occhiacci suoi sporgenti come a dire:

    Guarda questo screanzato

    importuno seccatore

    che mi viene a disturbare

    fino a casa mia! E perché?

    Ma per dargli il fatto suo,

    so ben io che predisporre…

    non badando a risparmiare

    io gli sputo nella faccia

    finchè non capisce alfine

    di scappar nella sua tana

    sto gran figlio di b…

    Con paterna inclinazione prese allora a strimpellare sulle corde dellaffetto più sincere il sarto folle, e lasciando in un cantuccio il trombone del cappello si raccolse sotto il braccio quellaborto di natura come quando si vuol fare le carezze ad un gattino:

    Forza bello di papà, ora fammi un risolino… Gioia mia, tesoro grande… dammi un bacio, presto… và!

    Non sembrava forse il rospo qual prodigio! assai felice delle coccole e carezze prodigate sul testone? Proprio tanto! Eh, altrochè!

    Agghiacciò tosto Gaetano nel vedere innanzi a sé lo spettacolo inconsueto dellanfibio vezzeggiato fino a spasimo dacché nella schiena repellente forti tremiti mostrava dinaudita voluttà.

    Che spettacolo tremendo era questo, e non soltanto! Lo baciava sulla fronte, gli diceva cose dolci, affettuose amenità, lo colmava di lusinghe, di blandizie e allettamenti, sviolinava certi elogi, vezzi coccole e moine in ingente quantità.

    Il pittore Gaetanino non pensava che: «Io sogno»! La sua mente frastornata ruzzolava a tutta birra giù in fondo a un precipizio dimpacciato stordimento.

    Dopodichè il sarto vegliardo deponette a terra il rospo, dispensandogli un buffetto affettuoso nel didietro, e gli disse:

    Avanti gioia! Non mi fare il cattivello! Presto, corri a far la pace con lartista che cè qua! Vacci a fare una carezza, fai contento a tuo papà!

    Ascoltando queste frasi, quel poeta maledetto sempre Tano, ben si sa ripeté dentro di sé chera prossimo a morire, che la sorte indisponente gli giocava un tiro infame, che le muse dispettose non gli fossero più amiche. Chiuse gli occhi e sentì il rospo viscido che balzellava: plok,

    plak,

    plak,

    plok,

    plok,

    plak,

    plak,

    plok.

    Non son cose, queste è vero che si posson raccontare senza tema di tracciare pel lettore interessato un abbozzo solamente degli oscuri sentimenti che albergavano nel cuore risonante di paura di quel povero pittore. Ma durò solo un minuto linsoffribile agonia: quando gli occhi poi riaprì, egli vide quella bestia che posatogli lo sguardo irritato e ancor sdegnato sulla sua persona invisa, risostava tutto ostile sotto un tavolo al riparo più disposto a vomitargli gli scaracchi turpi in viso che armistizio dichiarare. Gli era infatti vieppiù avverso il rospaccio ripugnante, ed il sarto stravagante lo raccolse nelle braccia convocando la servetta:

    Teresina, unnè chi sì?5 ed apparve una fantesca, scura, pingue e corpulenta, un donnone da leggende popolari delle nonne Vèni, chiàmiti ad Armando, presto, pòttilo di là!

    Si chiamava Armando, il rospo. Sulla fronte ricamata di bitorzoli e sporgenze gli depose un bacio ancora il vecchietto compromesso, e affidatolo alle cure diligenti e prezzolate della vasta governante si scusò con lo scienziato dellimmagine istoriata adoprando giusto un tono di commossa esternazione:

    Ve ne prego, buon maestro, risolvetevi a scusarlo… è mio figlio… gioia mia… e soltanto questo ho…

    Nel dir ciò dentro la strozza gli tremavan le parole: nella voce lacerata savvertivano le lacrime dell anomalo papà.

    Violentò piegato allora dalla supplica pietosa il pittore sbalordito la natura sua ritrosa, sparse quindi sulla tela i tranquilli lineamenti del grottesco caso umano che a cagion dellarte vera gli era dato dosservare, e concluse infine pago, soddisfatto ed orgoglioso, la sublime faticata del creator di simulacri che trionfa senza fallo sulla tela riluttante per donare generoso gesto nobile ed altruista il mirabile lavoro alla sua posterità.

    ***

    Quel lettore che si fosse incuriosito comè giusto per i casi non comuni dellanziano forsennato, ora avrà qui un chiarimento che gli dia conto e ragione dei motivi singolari che spingettero quel folle a versare gran torrenti di spontanea tenerezza nei confronti di una bestia goffa, orribile, deforme..! se si vuole proprio dirla, ad onor di verità.

    Quattro mesi prima che la Signora Nera e cioè limpietosa falciatrice delluman soffio vitale si tirasse nel suo borro la signora Maravigghia sposa del summentovato certi doloretti al ventre affliggevano costei, che gonfiava in quella parte in un modo smisurato. E quantunque più non fosse in età da consentire fantasie davere eredi al marito rassegnato, questi invece si credette fuor di sé per lallegrezza nel diritto di esultare per la nuova e sconcertante gioia di paternità.

    I dottori del paese uno, fesso col brevetto, laltro, poco più che rimbambito non sapendo quale scienza scomodare per quel caso, confessarono concordi dignorare bellamente che accadesse nellinterno della donna dilatata, e stilarono un verdetto misterioso e tutto scritto in dialetto e latinorum, il cui succo mai nessuno della zona o dei dintorni menò il vanto di potere rintracciare.

    Finalmente un brutto giorno sera già a metà di giugno venne il turno sconveniente per la povera infelice di serrare il rubinetto da cui scorrono i respiri, di accostar, con altre parole, le persiane della vita: e se ne andò.

    Per trovare nel suo ventre il segreto di quel male venne aperta la meschina, e così ne saltò fuori un rospetto assai vivace, pien di vita e movimento: questo accadde sol perché, passeggiando in comitiva una volta per campagne, stimolata dalla sete ella bevve ad un ruscello e non scoprendolo giammai inghiottì il rospetto intero, che da poco era dischiuso…

    Si pensò che fosse il caso di sopprimere la bestia, ma, prostrato dal cordoglio il vecchio sarto sfortunato esclamò con gran dolenza:

    No! Vi prego! Non lo fate! Nel suo seno lha nutrito ma mugghièri,6 poveretta… Questo è il frutto del suo ventre… non vedete quanto è bello? Come un figlio iddu 7 è per me..!

    E così decise che, per ricordo della moglie, si chiamasse Armando, il rospo, dal momento che in famiglia ci fu un nonno con tal nome.

    ***

    Quando furon terminate le sedute della posa, nelle quali lanimale balzellava nel salotto qua e là disseminando sputi grossi come arance e che rutti! una caterva! in ispregio del pittore, nella tela non rimase che un immagine impastata, zeppa di particolari illeggibili, però era messa in evidenza una grossa croce che somigliava da lontano proprio a quella presentata con gran boria e affettazione nel panciotto di Turiddu, cui piaceva di esibire questa onorificenza in realtà il quadro mostrava come un fiore spampanato con dei petali di sterco ed un vomito nel centro, nella vece della stella messa in mostra dal vegliardo (ma si sa comè normale che prevalga di gran lunga sul buon senso e la saggezza quel malanno assai diffuso chè lumana vanità…).

    Non aveva mai potuto rallegrarsi così tanto di veder la sua figura neanche in un prezioso specchio bella, altera, degna di celebrazione e donori:

    Certo! È giusto! Sono io, modèssshtamente! ripeteva quel vanesio vagheggino daltri tempi, che toccava, per la gioia, proprio il cielo con un dito.

    Fu chiamata anche la serva Teresina perché desse pure lei un contributo alla glorificazione più completa del padrone. Questa disse:

    Ah… mmah…mmuh..!

    Pure il rospo fu condotto alla tela a rimirar linzeppato stragarbuglio che doveva riprodurre stando almeno allintenzioni le fattezze del babbino: non gli venne altro in capoccia che schifarsi disgustato distendendo il suo responso con un vomito marròn.

    Tuttavia il sarto in delirio desultanza e ilarità esclamava a tutta voce:

    Puru iddu mi canùsci! Beèeddu, gioia mia priziusu! Veni ka specciùzzu miu… veni e bacia a tò papà..!8

    Gaetanino, rallegrato dalla gioia dellacquirente, saugurava un successone, da tradursi sullistante in denaro risonante nella borsa sua accogliente sempre un po ristretta e scarsa nel consueto, in ogni dì. Già sentiva un tintinnio di monete melodiose, e godendone allidea si toccava la mutanda, quasi che così potesse raddoppiar soddisfazione. Ma, vedendolo, la serva gli scagliò un occhiata torva, piena di riprovazione. Lui si fece tutto rosso, per sbiancare poi in un lampo, quindi esplose nel suo interno un fragor di bile blu.

    ***

    Regoliamo, giovanotto! disse il vecchio compiaciuto Che vi debbo per limpegno?

    Don Turiddu, non cè fretta… gli rispose con bel garbo, sorridendo riguardoso, cosa che non glimpediva di contare la parcella che cadrebbe da lì a poco dal panciotto del babbione come un corno dabbondanza nella tasca destinata a ricever doggi in poi pagamenti eccezionali meritati senza dubbio ed a scorno della gente brutta, sporca ed ignorante che dellarte non capisce proprio niente, visto che il suo lingegno e il suo valore mai si seppe valutare nella giusta lucentezza.

    Non piaceva a Don Turiddu differire i pagamenti, uomo dordine comera, regolato e minuzioso, più del giusto in verità.

    Amunìnni9 Gaetanino, non mi piace ritardare, forza… ditemi quantè che mi viene da pagare!

    Il pittore non voleva che lo si pregasse oltre, e così chiese trecento mila lire più il favore che non si sapesse in giro, dato che quello non era che un prezzo in amicizia, simpatia e predilezione.

    Gridò forte il vecchio allibito, sobbalzando come non si poteva prevedere in ragion della magrezza, debolezza, e delletà:

    Maccheffà vole babbiàre?10 Io capisco certamente che vi piace di scherzare allartisti tutti pari…11 ma trecentomila è troppo! Dài, parliamo seriamente, e dicètemi quantè…

    Ma trecento è seriamente, Don Turiddu… e questo ancora dato che siete proprio voi…eh…bèh!

    Cia finìti i cugghiuniàri?!12 Quando feci pitturare la facciata del negozio che poi fu quattranni fa ci bastò cinquantamila, io capisco dellaumenti, ma trecento è troppassai, quanto costano i culùra,13 don Tanino, annunca ora?14

    Il pittore sbalordiva. Non riusciva a proferire neanche un morso15 di parola. Arrossiva in tutto il corpo per la collera montante.

    Il ritratto, converrete, incalzava di poi il sarto in confronto alla facciata è più piccolo di assai… manco paragone cè..! Ma però io sono onesto, negli affari, è il mio difetto vi darò… una ventimila. Che ne dite, eh, don Tanù? Lo vedete… sono onesto! E non cè poi questo solo… state bene ad ascoltare: mi farete ora per giunta il ritratto di Armandino!

    Era troppo, veramente.

    Non rispose una parola Gaetanino che fremette.

    Folgorò lincimurrito vecchio strambo ed arrogante con lo sguardo incandescente, e afferrato con due mani il ritratto ancora fresco, lo spaccò senza risparmio sulla testa del ‘nemico’, e sembrava ora ispirato da una musica sublime nel sorridere estasiato forse agli angeli dacchè bisbigliando in lingue morte strane formule incantate, di chissà che arcani riti rinnovava le percosse in crescendo rossiniano.

    ***

    Ahi, ahi…ahi! Ma chistu è pazzu! Questo è tutto sconcentrato! Màtri, i còsti mi scassò..! A carìna si futtìu!16 farfugliava malridotto quella vittima dellarte, e cercava tra i frammenti della tela sbriciolata un pezzetto almeno che rimanesse di misura grande quanto un francobollo.

    Ma non cera, e intanto là, nelle prime ombre che seco il vespro radunava:

    Plak,

    plak,

    plok.

    plak,

    plak,

    plok,

    plok,

    plak,

    plak,

    plok...

    1 Salvatore. N.d.C.

    2 Il tipo strambo. N.d.C.

    3 Via di qui bestiaccia immonda, subito. N.d.C.

    4 Figlio dolce e bello, fiato dei miei polmoni! N.d.C.

    5 Dove sei? N.d.C.

    6 Mia moglie. N.d.C.

    7 Costui. N.d.C.

    8 Mi riconosce anchegli! Tesoro, amore mio, vieni a dare un bacio al papà..! N.d.C.

    9 Su, andiamo. N.d.C.

    10 Vuole scherzare? N.d.C.

    11 A tutti voi artisti. N.d.C.

    12 Volete smetterla di scherzare?! N.d.C.

    13 I colori, la pittura. N.d.C.

    14 Al giorno doggi. N.d.C.

    15 Un piccolo pezzo, un frammento. N.d.C.

    16 Costui è tutto matto! Mi ha fracassato le costole! Mi ha rotto la schiena! N.d.C.

    Dove s'ottiene contezza...

    di patonsio1 (03/08/2006 - 21:53)



    Nelle famiglie tarate

    nasce un discendente

    che si vota alla verità

    e che si perde cercandola.”

    (Patonsio – sic et simpliciter!)1


    Dove s’ottiene contezza di come Carmine ebbe ad apprendere il turbamento dell’onore


    ( Prologo minimo, e pur necessario: )


    (Voce narrante:)


    Sonvi genealogie i cui componenti – chi più, chi meno, chi, affatto – sanno il prepotente, dispotico carico della propria gravosa distinzione rispetto agli “altri ”.

    Individui tali, incolpevoli primieramente, e segnati dipoi per il resto del tragitto terreno, son allevati in maniera che respirino, immediatamente dopo il ceffone primo d’ammissione al vasto mondo, un’aria – com’un aire, del resto – diseguale da quella che i comuni cristiani “han l’impudenza d’assorbire nei lor polmoni plebei ”.

    Carmine crebbe, sin dall’età più verde, con la stabile compagnia d’inflessibili precetti – ragionevoli ora sì, ora meno – in ordine alla esigente disparità della personal provenienza, sicché in circostanze molteplici ebbe movente a chiedersi cosa, il padre perinsigne o il nonno venerabile, avrebbero deciso o rifiutato al posto suo.

    (Né è da dirsi che pronta risposta gli venne sovente in aiuto…).

    (Cionondimeno).


    Illustri nascite


    (Dove si rivela di che schiatta il nostro procedesse)


    Quel lettore non digiuno d’opere concepite all’epoca della classicità latina, potrebbe rinvenire, in certi luoghi del trattato ciceroniano dedicato alla natura degli dei, frammenti di antichissime leggende, a sentenza delle quali il favoloso celeste Olimpo conserva, nella bagagliera dei costumi di celebrata memorabilità, quelli appartenenti a più Giovi: Creta se ne gloria d’uno, Olimpia un altro ne rivendica, e parimenti non v’era greca città di una qualche importanza che non abbia vantato il suo particolare Giove.

    Dello stuolo di replicanti del divino bellimbusto, uno solo se ne trattenne, cui tutte le imprese dei singoli omonimi furono attribuite, e ciò basta a spiegare il numero prodigioso d’amorose fortune di quel dio raccontate.

    Una assai somigliante mescolanza si produsse a carico di Manfredo de’ Canegiari, personaggio la cui fama, adorna di miti, e da racconti popolari espansa, di molto s’avvicina, quand’anche in difetto di genesi ultraterrene, all’irrequieto padre degli dei. Difatti le province dell’isola che racchiuse lo scenario del nostro racconto, s’inorgogliscono di aver posseduto ognuna il suo Manfredo, con la propria particolare leggenda.

    Con il passare del tempo, poi, le leggende tutte si sono fuse in una sola.

    Avvenga che, in grazia dell’attenzione che il benevolo lettore volesse concedergli, il dimesso compito del raccoglitore di queste memorie, acquisti dignità e pregio.

    ***

    Il barone Don Ottiero de’ Canegiari, uno dei più ragguardevoli fra quanti riputati signori si trovassero nella contea di *, d’illustre nascita, aveva fornito prova di non aver dissipato il capitale di degnità e coraggio, garantito in lascito dagli avi, durante la guerra che avrebbe preso denominazione di “grande ” per le sue empie e inusitate proporzioni. Dopo gl’inidonei negoziati volti a comporre le reciproche insofferenze tra i popoli europei, pagato di vaste cicatrici e di severe esperienze, il temperante e quasi intero Ottiero esplorò la strada di ritorno verso *.

    Abbellito perfino, e reso più gagliardo dalle sue ferite, guadagnò la preferenza, in mezzo a uno scelto drappello di pretendenti, di una fanciulla ben accreditata per virtù e per casato.

    Da quel corretto matrimonio nacque, prima, un pittoresco giovanotto, che premiò l’energico signore con la lusinga che il suo antico maggiorasco non passerebbe ad un ramo collaterale, e, pochi anni dopo, un minuto ma singolare fantolino, personaggio primus inter pares di questa veridica istoria, che il padre e la madre vezzeggiarono quasi come fosse l’unico e vero epigono di tanto nome ed altrettale cospicuità di valori e pregi ereditarî.

    Ancora cucciolo, era Manfredino padrone poco meno che assoluto delle proprie pronte azioni, e nell’avito palazzetto nessuno avrebbe imbastito l’arditezza di contraddirlo, a meno di incorrere in argomentati ma perentori responsi:

    – Non riconosco la necessità – diceva ai parenti larghi d’inutili ammonimenti – di modificare punto la mia condotta, giacché mi fu insegnato che uno dei primi doveri di un gentiluomo è quello di meritarsi la responsabilità delle proprie azioni.

    Oppure:

    – Per qual motivo mi si prescrive di non correre e sudare, posto che alla mia età non vi è cosa altrettanto naturale e salutare?

    Che obiettare ad un contegnoso omarino di otto anni che nondimeno decorosamente cavava estrosi ma ragionati orditi dal prezioso violino paterno?

    La madre, al pari di lei, lo esigeva pio; il padre, com’era lui, lo voleva valoroso. Quella, a suon di carezze dolciumi e pennini prodigiosi, conduceva il bimbo a imparar rosari, litanie, e tutte le preghiere d’obbligo e non d’obbligo; lo scortava, sino ai sogni beati, leggendogli i vangeli in forma d’istruttiva favoletta.

    Dal canto suo, il barone, procurava che il rampollo apprendesse le epopee cavalleresche dei Cid, degli Orlandi, degli Amadigi di Gaula e di tutti gli impavidi virtuosi di cappe fioretti spade o moschetti; gli narrava le pene del malinconico Hidalgo della Mancha, gli raccomandava lo schifo verso i Gani di Maganza e i traditori d’uomini e di patrie; lo istigava a formarsi nel lancio del giavellotto, nel tiro con l’arco, pur non trascurando gli affondi da schermidore contro un fantoccio moresco – e forse infedele – che aveva fatto collocare in fondo al giardino.

    Il frutto visibile di tanto zelo parentale si palesava nel fervore dei giuochi, dove:

    – Muori, cane immondo..! – promulgava con gesto ispirato, affondando – appassionatamente! – nelle reni dello sventurato compagno di gherminelle una artigianale daga di legno, poi riparando:

    – Il Signore che dispensa il premio od il castigo, non io, suo umile soldato, braccio armato della sua imperscrutabile volontà, giudichi la tua miseria!

    ***

    Mette conto in questa sede di far soltanto uno spiccio cenno al mitico personaggio, ritratto in un’istantanea della verde età, – malgrado il pregio dell’originalità (dell’unicità anzi), della vita quasi tutta – per il fatto che il nobiluomo ripeté l’esempio paterno fabbricando in età adulta – non da solo, per amor del vero (ma a lui va certo ascritta l’influenza migliore) – un erede meno leggendario, singolare altrettanto tuttavia, dell’avventura terrena del quale l’autore si darà il vantaggio di raccontarne alcuni episodi.

    Quest’erede ben presto ebbe un nome: Carmine.

    Fin quando Manfredo soggiornò su questa terra, – e anche dopo, per lungo tempo – Carmine veniva più facilmente indicato come “il figlio di Manfredo de’ Canegiari” da tutti coloro che conoscevano o piuttosto si vantavano di conoscere il padre, – cosa che avveniva anche a dispetto di evidenti distanze generazionali – ma ciò, lungi dal disturbare il giovanotto, gli riusciva gradito invece, e lusinghiero, e se un rammarico l’affliggeva, era quello di somigliar troppo poco al padre. Nei rari momenti di sfogo per tale dispiacere diceva infatti agl’intimissimi:

    – N’avessi preso un pelo..! 2

    (Cosa che però non impedisce al lettore d’addentrarsi senz’altro, con un poderoso salto nella corsa degli eventi, nella conoscenza dell’episodio che l’Autore non si perita di titolare:)


    Discesa agl’inferi

    Si addormentò raggranellando frammenti d’immagini e sbriciolate sensazioni derivanti da quanto aveva visto e patito durante il giorno, e squarci e passaggi fantastici sognò, che nulla avevano – almeno in apparenza – a che vedere con il temibile infortunio automobilistico occorsogli: non è infrequente infatti che gli istanti di trepidazione e allarme, come pure certi stati d’animo suscitati da una minaccia, da un pericolo, da un astratto repentaglio, si ripresentino vivi ed efficaci in tempi rinviati, differiti dall’istante in cui il frangente sopraggiunse.

    Le sapienti litanie e le industriose geremiadi dei ricoverati accanto al suo letto lo risvegliarono verso le quattro del mattino.

    Tosto che, schiudendo un poco gli occhi, da stordito torpore impeciati, intorno a sé conobbe la fossa dei perduti, dei maledetti da Dio, dei castigati in cui era stato rovesciato da due avvinazzati Caronti nosocomiali in biancorancido completino da ciabattanti malandrini legittimati.

    Fu questo – approssimato per (non lieve) difetto – lo spettacolo introduttivo trattenuto nelle retine frastornate del diminuito Carmine, al momento stipato nella corsia di primo stoccaggio infelici : taluni dannati concordemente solfeggiavano appassionate lamentazioni a cappella in un mirabil’alterno affiatamento di simmetriche fughe e contrappunti emozionanti; cert’altri, navigati solisti dell’afflizione, armonizzavansi magnificamente, in una sol cadenza, con interpreti – consumati altrettanto – del più sfarzoso virtuosismo strumentale ottenibile con romantici tutori e vezzose stampelle, sonore ingessature, magniloquenti ritmiche flatulenze, enfatici clisteri – ordinari: in gomma, o personalizzati: in cotenna di porco, variati pellami, metallo e caucciù – , aurei pappagalli ondeggianti, barocche vesciche artificiali, pale, flebo, sonde sondini specilli “farfalle” e suon di man con elle ; talaltri, ormeggiati in date immemorabili, dalle medesime sopraccitate dimentiche canaglie traghettatrici, ai margini sudici del corridoio – e del consesso umano, d’altronde (affatto consimili a larve non del tutto dipartite dai cadaveri abbandonati presso sperdute solfatare) – , di tanto in tanto gettavano lugubri richiami, supplichevoli implorazioni, tutto scandendo con un pervadente sordo frinir di raccapriccianti bestemmie e maledizioni rimasticate; alcuni ancora salmodiavano ricche novene d’improperi all’indirizzo d’una generica spuria etnia di epigoni ippocratei e delle loro adulterine consorti, mentre solerti parenti s’ingegnavano di riposizionare, maldestri e ossessivi, tortuosi cateteri ed altre cannule invasive, ignorati costoro, come gli altri tutti, nei i secoli anteriori e per quelli a venire, da un mastodontico cerbero dormiente, in forma di suora baffuta, che ronfava, messa a giacere con le zampe posteriori troppo spalancate, su d’una seggiola troppo piccina, e che faceva le fusa vellicandosi un inguine evidentemente irsutissimo, giusta l’esuberante gibbosità.

    Qualcheduno infine,

    come l’eternità:

    invisibile,

    scordato da Dio e dagli uomini

    col vetro d’antica sabbia nello sguardo,

    inerte fissava

    il vuoto infinito

    del limbo spaurito,

    dell’infernal sito

    attorno di sé.

    (Coro: – Del resto non c’è

    né uomo né spirto

    colà che non v’abbia

    orrore inaudito

    del limbo spaurito,

    dell’infernal sito

    attorno di sé).


    ***

    Carmine – per non saper né leggere, né scrivere – si riaddormentò. Non si permettè di sognare.

    Per un qualche riguardo alla gravezza del luogo.

    (Questo tuttavia non gli ottenne, più tardi, di consentirsi risparmio de:)


    La visita


    (Nel tardo mattino,

    mentr’egli dormiva,

    lontano da casa, e da ogni conforto,

    un par d’inservienti lo issarono lesti su lercia lettiga,

    mortal palanchino provvisto di ruote,

    di sangue rappreso,

    di peli vetusti,

    di lezzo di piscio negletto nel tempo,

    svanito in quel luogo

    com’ogni altra cosa

    passata per là).

    (Coro: – Passata per là…

    Passata per là… ).

    ***

    – Allõra, allõra, – insinuò a Carmine un figuro tristo (che inverosimilmente doveva esemplificare qualcosa come la parodia di un simulato medico), allorché fu depositato in uno stambugio greve d’odor di vernice, di alcali, d’alcaloidi, d’alcaptoni3 , d’anioni4 e vieppiù d’altri cationi5, e, certo, di spettri transeunti avidi di rivalsa e di vendetta – Checcè, checcè?

    – In che senso? – rispose Carmine, innegabilmente fiducioso nel sussidio della filosofia, della ponderazione e della ricerca del vero.

    Checcè, checcè? Checcè? – ad libitum, colui.

    – Intende in senso cronachistico, in senso morale, in senso utopistico? … come posso venirle incontro? – si cautelava il nostro, non potendo fondatamente indovinare dottorali competenze in quello sconosciuto sciatto e disadorno.

    – No, no, checcè, checcè… cos’abbiamo, cos’abbiamo… noi… cosa accusiamo… và? – intensificò l’ambiguo emulato terapeuta.

    « Vediamo se interpreto correttamente… » – ragionò Carmine – «[1]: … quest’uomo pretende da me delle informazioni. Egli è generico, indeterminato, teorico, polivalente forse».

    « [2]: Rammento d’essere stato portato in un ospedale… o così credo, almeno».

    « [1. (sub articulo)1]: Nulla vieta quindi che costui sia un malato di nervi, un depresso, un prostrato, e rivolga a me fraterna richiesta di sodalizio e comunanza di spirito in questa sfortunata contingenza».

    Siffatto generoso slancio offrì pertanto a quel che riteneva provvisorio compagno di rovescio:

    – Eh, la vita, caro amico… la vita..! Chi può dire, propriamente, d’averne penetrato i reconditi segreti? – e gli parve giudizioso postillar’in un sospiro:

    Mmàhh!

    (Coro: – Triste sospiro

    dolente sospiro

    accorato sospiro

    ma insomma,

    tant’è ).

    L’esimio chirurgo, date le circostanze,6 di qui sospettò che la botta ben più d’un arto avesse offeso, e si fece pensieroso, meditabondo. Cupo.

    Principiò a scrutare il cranio di Carmine come chi un oscuro segreto investighi.

    Lo fissò nondimeno, al modo di chi sia ad un passo – ancor però da completare – dalla soluzione finale, dalla rivelazione ultima.

    Poi esclamò:

    – “Colpo di frusta!” “Colpo di frusta!” Per forza!

    Stimò, Carmine, talmente progredito il tracollo nervoso di quello che reputava un sodale di sventura, che non esitò a dichiarare:

    – Egregio amico! Mettiamo al bando la violenza dai nostri cuori! Soltanto con l’operosa collaborazione, con il reciproco sostegno, e non certo con l’inimicizia, risolveremo i nostri problemi! Su! Stringiamoci la mano, ché siamo tutti, in fede mia, su una stessa barca, alla fin fine!

    Il medico gli destinò un’occhiata sconcertata e, senza proferir verbo, uscì.

    ***

    N’entrò un nuovo (taumaturgo).

    Strascicando scarpe un tempo – presumibilmente – guarnite di tacchi, di vernice (forse) e d’ipotizzabili lacci – v’erano, del resto, straziati, gli occhielli antichi – il guaritore attuale, d’un subito portòssi ad imporre le mani sulla testa di Carmine, ora un tantinello preoccupato. Più gli dava infatti l’impressione d’un lacero poeta da strada, d’un itinerante cantastorie sbracato e male in arnese, anziché d’un professionista laureato.

    Qualcos’ebbe però quegli a percepire, poiché il volto dell’infortunato eroe nostro comprese tra le mani, il suo insidiosamente accostando, e da distanza infinitesima ormai, ne fissava la fronte e gli occhi belli e profondi.

    Carminello, smoderata quotando l’incalescente adiacenza delle lor quattro – all’incirca – complessive labbra, dai turchi sodomiti intesosi assediato (o d’altra tuttalmeno transilvana impalatrice progenie), si determinò ad ostruire la gittata del fatal turpe amplesso con cui già si presentiva violato, e proruppe risentito:

    Ah no! minchia! A ’mmìa ’a cugghiuniàta mi piàce, sì, ma no scippàlla ’nno cùlu! 7 Capisco la sofferenza, l’emarginazione, la difformità di parrocchie e tutto il resto, ma no che ora ’n’ama ’gghittàri tutti ’nta rricchiunàme ’ppi ’fforza! 8 Senz’offesa, ma veramente, senz’offesa, ma ora io me ne vado, ché già abbiamo fatto assai! Ecch’emmòdo è? Eh, Cristo! Va, va, ma veramente..!

    – Ma che è pazzo? – ribatté piccato allora il dottore – che cosa si è messo in testa? Io sono padre di tre figli!

    – E lo so, lo so, se ne sentono spesso, di queste cose… poi tutt’in una volta, uno sente “la chiamata ”, “la vocazione ”… com’è che dite… voi..?

    Ma ’cchi cci pàru parrìnu? Talè, talè ’stu ’bbéstia..! 9

    A ’mmia lei mi pàre ciùssài parrìnu spugghiatu, mi pàre! 10 – baccagliò Carmine, a questo punto innervosito.

    – Ma si stasse fermo… férmo! Ché non lo vede, che c’ha ancora tutti i vetri nella testa? Ma cose, cose di scimunìre con quest’altro sfasato!

    Effettivamente, nel capo e sulla fronte del giovane pensatore, permanevano ancora piccoli e medi frantumi del parabrezza, fenduto a cornate il giorno prima, e ragionevol cosa s’imponeva presto e bene d’asportarli.

    – Io, per me, – fece il medico rabbonendosi – li leverei… lei che dice?

    – Ma sa che le dico? Leviamoli, !

    Trasse allor di saccoccia, lo scienziato, prendendosi briga sommaria di scrollarne rimasugli di tabacco ed altre enigmatiche luride giacenze pilifere, una pinzetta (di cui la metallica origine poteva intuirsi dalle eccedenze d’ossidi idrati) con la quale entusiasticamente imprendette a spulciare nelle scorticature del disgraziato giovinotto.

    – Ahi, ahi…

    Ka quàle… 11

    – Ahi, ahiaia… ahi…

    Marìiiah… Minciàte… 12

    ***

    Redento e sfrondato che si riebbe dai cocci visibili, Carmine, nel miserevole bugigattolo una volta di più rimase, da solo, con i compagni sopr’ogni cosa molesti: i suoi pensieri (avrebbe persino potuto – per distrazione – riconoscersi felice, se soltanto avesse ricevuto in dono un bel cuore avaro, strafottente, pitocco, in aggiunta alle sue sostanze, ma, purtroppo, tra queste, faceva peraltro impietoso difetto la dote essenziale: non possedeva neanche un minuzzolo d’anima comune).

    L’incomodo presente, la famiglia che nulla sapeva dell’avvenuto, il padre venerato cui nuovo dispiacere darebbe, tutto concorreva ad accrescergli soma sulla coscienza crocifissa, cosa non inconsueta per un fine aguzzino delle proprie carni, sbirro vessatore venuto al mondo dietro già misfatti ineffabili trascinandosi, in un’altra, anteriore vita, consumati: per quanti mediocri in quella presente n’avesse daccapo a perpetrare, i trascorsi gli avrebbero sempre garantito invariati rimorsi, dei quali, comprenderne la provenienza ed il bisogno – signornò – non è dato.

    Sicché, senz’avvedersene, nell’ora presente – quant’era ancor giovine! –, corredato com’era del mutilo orgoglio di credersi forte e superiore ai mali, offendeva purtuttavia il suo coraggio pregando il dolore di mutarsi in assottigliato, decurtato sembiante, talché potesse concordarne, patteggiarne lo scotto, abbuono o detrazione infine ottenerne.

    ***

    Poi nel loculo un terzo fece ingresso, lo quale, senza pôr tempo:

    Avanti! Calàmuni i càusi! Forza ’dduòku! 13 – latrò.

    – E che è vizio? Ma che c’è, la fiera? Che c’è oggi, la “passata”? – si riscosse Carmine, mai del tutto rasserenato in proposito della personal profilassi sfinterica.

    – La dobbiamo fare, l’agniziòoone, o non la dobbiamo fare? Àaah?

    Equivocando sulle possibil’accezioni del riconoscimento drammaturgico di persona, o del reperimento di rapporti di lingua e di stile – in sede di lettura critica –, in autori diversi o lontani, lo snervato giovane filosofo (dai recenti accaduti svigorito nel giudizio), preterì quella, empirica vieppiù, che gl’avrebbe indicato la presenza, tra le palme sufficientemente prensili del primate lui antistante, d’un ferale siringone, pistonato a due cilindri, di mucoso limo bruno traboccante:

    Ecchè, ora, la dobbiamo fare?

    Ecchè la vuole fare, il mese che trase? 14

    Vide allora il marchingegno,

    trasalì col deretano,

    isbiancò nel viso smorto,

    si lassarô a lui le braccia,

    cadde vinto sul lettino (« …come morto corpo cade… » )

    al sacrificio apparecchiato,

    quindi un fiato verso i Lari, i Penati e gl’altri amati

    gittò fuora con dispregio, fatalismo e accettazione,

    in cui c’era, tutt’intero,

    l’anatema di quel forte:

    « Vile, tu uccidi un uomo morto! ».

    (Coro: – Isbiancò nel viso smorto,

    trasalì col deretano

    gli provenne il fiato corto

    nel veder quel disumano

    brutto ceffo malaccorto

    con l’arnese nella mano

    pronto a fare un nuovo morto).

    L’ago vide le carni.

    Le puntò.

    Alfin le morse.

    Dentro v’imbozzimò un’ampolla tumescente, nelle polpe l’incistidò (nelle sue intenzioni, per sempre) – ma in tre mesi (Ah, la Giovinezza..!) andò via tutto.

    ***

    Un quarto, un aculeo seco recando e una cordicella – parvero a Carmine avvilito gli attrezzi con cui i battilana giuntano i materassi – s’avvicendò nel fornetto:

    – A ’stu ginocchio, ci dobbiamo dare tre punti. Almeno.

    – Diamoli, sangue di Giuda!

    – Io, per me, ce li darei pure così… – disse quello indicando il taglio reso più largo dall’angolatura dell’articolazione piegata – … ma capace che lei magari, alla fine, preferisce addrizzare la gamba. Parliamoci chiaro: io così ci metto meno filo… e pure prima ci sbrighiamo. Cheffà, preferisce?

    – Preferisco – rispose Carmine, il quale sebben innocente e digiuno di discipline cliniche e patologiche, da verace isolano ben’intendeva l’atavico assunto che vuol si sia più agevole rinserrare labbri già accostati, che stringere piuttosto bocche spalancate.

    ***

    (Coro: – Né più altro disse,

    invero,

    ma tal fitto ragionar

    col compagno – lui medesimo –

    così assiduo e persistente,

    gl’insegnò, definitivo,

    che, per quanto reticente,

    silenzioso e taciturno,

    di restar s’obbligherebbe,

    ad ogn’ora riescirebbe

    da qualcuno detestato

    per il fatto assai seccante

    di spiegar compiutamente

    ricca di commenti e glosse,

    stando solo là presente –

    l’opinione sua discorde,

    contrastante con i più.

    Tosto dopo un primo assaggio

    l’iniziale conoscenza –

    più non resta alcuno, infatti,

    che i discorsi del valente

    giovanotto non comune

    non l’estraneino da sé.

    Ma non vale, infin, la pena

    di tenere il broncio al mondo,

    ché quel duro prepotente

    è così maleducato

    da scansare beatamente

    di degnarsi d’osservare

    che un ragazzo raffinato,

    nel suo cuor pulito e intatto,

    lo detesti saldamente).

    ***

    Alla buon’ora, un quinto specialista, nemmeno entrò nella celletta:

    – ’U ’ggèssu, ’u ’ggéssu… ’u ’ggèssu ’ci vòle… ’u ’ggéssu..! Tànu… cosa vìli… fàcci ’u ’ggèssu ’a ’st’autru maravìgghia! 15

    Due balordi lo presero, in un’altra sala lo portarono, e senza tentennamenti o lungaggini gl’ingessarono il braccio buono – forse obbedendo ai dettami di misteriose scienze mediche tribali, imperscrutabili (certo) per gli sciocchi profani; forse commossi, inteneriti, alla vista delle appariscenti ecchimosi, delle chiassose lividure, degli ematomi solenni presenti nell’altro braccio offeso.

    ***

    Risalita ai superni


    Carmine venne portato in uno stanzone dove intanto gnaulavano altre quattro o cinque anime svaporate. Un paio erano accuditi da individui femmine – familiari, con buona prevedibilità, considerato che molto davansi da fare per accrescer la pena dei lor congiunti, tormentandoli con pastine in brodetti fetidi, frutta decomposta, stracotti purulenti d’aborigeno prelievo casalingo –, i rimanenti, da giovani individui maschi – lenoni in fiducia d’eredità – meno solerti nell’opere ma più fervidi nelle pie orazioni – (è intuitivo) a lor profitto.

    Lo sconforto fu tale che l’eroe nostro s’accasciò ed implodette in se stesso. Si assopì.

    Sognò di trovarsi su una spiaggia tetra e nera. La foresta fitta e intricata alle sue spalle faceva pervenire grida di belve sconosciute, certo minacciose. Davanti si arrotolavano invece le note furenti d’un mare scuro, sillabato da creste d’onda di color ghiaccio bigio e ferrigno, come cascami d’alluminio sporco o lacere lamiere divelte, che s’accartocciavano crepitando gemiti elettrici: alcune lingue si dipartivano dai flutti cinerini, ramificandosi in dita maligne che pareva volessero ghermirlo mentr’egli arretrava con lesti scarti, puntellandosi su gomiti e talloni, alla maniera d’un crostaceo antropomorfo.

    Aveva, Carmine, un bell’essere coraggioso, ma ciò non impediva che’l sudore gli stillasse copioso dalle tempie, ritmicamente enfiate come le gorge d’uno smisurato batrace: ansava con affanno, sbuffava fiati animosi contro quelle dita, da Dite inviate per condurvelo secoloro; poi, in un baleno: una chiarìa, un far del giorno, un crepuscolo primo, un inizio abbacinante.

    Ancor diffidente aprì gli occhi e vide oro.

    Vide infiorescenze biondeggianti, imbevute d’un aroma aguzzo e doloroso. Come di cupressacee bacche stregate, di coccole ammalianti di ginepro nano, di racemi ginestrini. Ma non si trovava in campi odorosi né in orti fragranti, bensì su una lettiera – pur sempre ( ! ) odorosa – accanto ad un messaggero celeste, una creatura colà trasmigrata, senza tappe intermedie, dalle liriche dei soavi trovieri stilnovisti.

    – Chi è là? – stupefece Carmine, da commozione invaso, e da pentimento.

    – Caffèlatte… – flautò l’angelo – lo gradisce?

    – Gradisco tutto. Tutto. Cristoddivino, se gradisco!

    L’angelo prese una tazzona sbreccata da un vassoio e fece deposito, sul viso esterrefatto del recente uomo, d’uno sguardo dentro il quale potevansi distinguere:

    1. i singoli cerbiatti che si rincorrevano tra freschi maggesi aspersi della rugiada di borboglianti ruscelletti argentini;

    2. le ondulanti corolle di fiori birichini con cui volubili farfalline policrome si baloccavano leggiadre e argute;

    3. i guizzi evanescenti dei capelli del sole, impigliati nel segreto di fogliami boschivi;

    4. l’amabile stormir di lievi fronde nell’istessa fiaba in cui amorosamente guerreggiavano con tralci delicati, anch’essi esperti nelle malie e negl’incanti melodiosi atti ad irretire il viaggiatore sognante al quale mai potesse concedersi il privilegio fin là di smarrirsi.

    (Coro: – Corbezzoli16

    Demiurgo: – Mùti, béstie!)

    ***

    Fugace bilancio dialettico, declamatorio e concionatorio


    Nella sua pur breve trasferta terrena, Carmine aveva riempito qualcosa come diecimila pagine formato protocollo tra temi, componimenti e relazioni nell’ambito scolastico, corrispondenze epistolari di varia natura – ivi ovviamente comprese le amorose missive (poco importa, ai fini del calcolo, se recapitate o conservate nello stipo magnanimo del suo prodigo cuore) –, domande d’ammissione a pubblici o privati istituti, scritture annotazioni dissertazioni appunti bozze ricerche trattati studi saggi testi variî; ed aveva parlato – emarginando dal computabile l’ancorché considerevole attività nelle ore di sonno – un restante cumulativo stimabile all’incirca in un paio di decine di migliaia d’ore, contemplando discorsi interi, arringhe, apologie panegirici conversazioni dialoghi disquisizioni colloqui allocuzioni frasi parole interiezioni onomatopee e mono/bisillabe a viva voce emesse.

    Con tali autorevoli trascorsi, nulla consentirebbe pronosticare che, con l’accostarsi dell’angelo – in forma di fanciulla infermiera recante caffellatte e pan tostato (modico, invero) –, egli non avrebbe trovato una qualche idea che fosse enunziabile.

    La vergogna gli rosicò intestini – cosa che pretendeva germogliare in incresciosissimo flusso diarroico di ventre – e carnagione – la quale, dei carminiî tizianeschi, ben pochetto avea di che trarre invidia.

    (Coro: – Tutto rosso si fè in viso

    non trovando le parole

    né discorso pur conciso

    per cavar, come si suole,

    d’altrui labbro un bel sorriso.

    Che disdetta! Che afflizione

    pel corretto giovinotto

    infiammato d’affezione

    e d’amore ormai ben cotto.

    Riuscirà ei finalmente

    a deporre un fiore almeno

    alla fata seducente

    sul suo grembo o sul suo seno?

    Saprà dir quei motti audaci

    che la donna gradirebbe,

    ispirarne tosto i baci

    e far sì che l’amerebbe?).

    ***

    Impotentia apud aliquem loquendi


    Sebben impellente Carmine avvertisse d’esporre alcunché, una molesta sterilità verbale l’opprimeva serrandogli strozza e meningi innanzitutto. Tutto quel che infatti seppe produrre fu:

    – Qui c’è del caffè, nevvero?

    – Eh, sì, caffè.

    – E c’è anche latte?

    – Sì, certo, il latte.

    – E c’è anche il zucchero… pardon, lo zucchro, lo zucchero..?

    – Ma sì… lo zucchero…

    – Allora è caffellatte…

    – Cosa pensava che fosse? – la creatura celeste lo guardò un poco meravigliata, impercettibilmente il capo reclinando, ma con un espressione così dolce e triste – forse compassionevole, pietosa alquanto – ch’era più di quanto l’animuccia tenera di Carmine potesse al momento sopportare, sicché, anche in tal frangente, il meglio che ti seppe cavare, fu un fremito sospiroso, un sussurro contenente tuttalpiù una prima roca imbastitura, una traccia fioca, un archetipo soffocato d’estinto fonema:

    – Ahrh…

    E qui, quand’anche facesse ricorso alla truce immagine d’una fulminante iniezione letale irrorata nelle venule inanimate dello scoraggiato giovine, non riescirebbe affatto agevole all’Autore rappresentare una – pur adattabile – idea della mortificazione ch’egli si inflisse rendendosi conto che il tema del caffellatte era improrogabilmente esaurito, e che urgeva escogitare una qualche conveniente – e sollecita – riparazione.

    Il Manfredo genitor

    vocò allora in suo pensiero,

    lui volgendo, mentalmente,

    questa supplica accorata:

    «Padre mio, sono in mezzo a una strada, che devo fare?»

    (Coro: – Non vi fu certo ritardo

    di risposta pertinente

    impetrata dal gagliardo

    Carminello postulante,

    e fu chiara, secca e breve

    nello stile del paterno

    ispirator, com’è che deve

    un pedagogo moderno

    al figliuolo suo diletto:

    mio pupillo, ascolta e impara,

    quindi tientelo per detto

    se la cosa si fa amara: )


    « Figlio mio, levati dalla strada, ché passano le macchine! »

    Questa fu, la lapidaria orazione paterna che Carmine credé di poter ricevere, in virtù di telepatica percezione, nell’intimo suo.

    ***

    Come qualmente Carmine riuscì a trovare un’altra istanza


    Le mani e le braccia della giovane infermiera erano state prese da un modello di squisita fattura, ed erano inoltre articolate a certe spalle, disegnate da un ineffabile artista rinascimentale, che non aveva punto disposto economia d’accuratezza e precisione nel rapportarvi un corpo che avrebbe indotto il più casto impacciato cenobita a tradursi rabbiosamente nel sibarita più concupiscente e libidinoso; apparteneva infatti a questo corpo una orografia pettorale che costringeva i bottoni d’una blusa gentile ad una tal costante e rimarchevole tensione, ch’essi parevan voler dire:

    « Vuoi forse che stracciamo definitivamente gli occhielli? ».

    Se Carmine si fosse trovato da solo, con l’Inviato Celeste, in un appartato firmamento arredato d’impalpabili teneri cirri, e poc’altro in aggiunta – a scanso d’inutili distrazioni – , in luogo di quella reggia di cimici, avrebbe detto senza pentimenti:

    « Ma, a un bel momento, ô bottoni, fate pure (…ecchecc…àvolo)! ».

    Invece si trovava, malgrado la geografiche giocondità anzidescritte, nell’impuro pozzo nero del “Circolo dei Difettati ”, nella pattumiera infetta dell’ “A

    La chiave

    di patonsio1 (03/08/2006 - 17:53)

    La chiave


    La notte in cui, finalmente, i nostri giunsero nella stazione dellincomparabile città di*, Carmine non avrebbe saputo con quali accordi intonare le meste lamentazioni che gli affollavano lanimo  tali erano lo sconforto e la stanchezza che lo tenevano soggetto  quando la cosiddetta Provvidenza  almeno questo divenne il suo fiducioso convincimento  accorse in suo aiuto per mezzo di un inatteso incontro con un paesano che  quando si dice la combinazione!  da parecchio tempo non aveva più incontrato.

    Ma tu che ci fai qui?

    No, che ci fai tu qui?  commossi si dicevano abbracciandosi e scambiandosi i rallegramenti più vivaci.

    No, prima tu dimmelo che ci fai 

    Tu me lo devi dire, ché ti ho visto per primo 

    Ah! No! Io già ti avevo visto allangolo quando hai girato e poi ti sei asciugato il sudore 

    Vabbè, Carminello, siccome ti voglio bene, mi arrendo prima io: ché non lo sapevi che sto qui da un anno e mezzo ormai..? E insomma, niente, lavoro, mi sono impiagato in una ditta privata, mi sto portando avanti, e … mi trovo bene. È bella *, sai? C’è un sacco di divertimenti, e se ci sai fare, certo non manca lo schiticchio!1 E tu, che fai?

    Io sto arrivando ora e 

    Porca la miseria! Ma che peccato! Io invece sto partendo, ché devo andare a trovare mia sorella che gli è nato un bambino proprio oggi.

    Allora tanti auguri, e salutami tanto tanto anche tuo cogn 

    No, fermo! Quanto ti fermi? Dove vai a stare?

    Veramente io non 

    Perché non vieni da me, la casa si presta, sai?

    Il fatto è ch 

    Ma quale fatto! Non ti permettere di cercare scuse! Ché non lo sai che per me tuo padre è stato meglio di un padre mio! Ma cheffài scherzi? No, no, vai a casa mia, mettiti bello comodo, sdovàcati,2 questo è lindirizzo,  lo scrisse infatti su un cartoncino strappato al pacchetto di sigarette  questa è la chiave, e poi, ah! quando torno io dopodomani, ti faccio fare una mangiata che ti faccio dire: «Signùri buono più!3»

    No, no, niente, niente, vai a casa, questa è la chiave, e … ma che è con te quello?  e indicò con lo sguardo Patonsio, già nervoso di suo e ancor più risentito per la scarsa considerazione ricevuta durante lasimmetrica conversazione  E vabbé, portalo, niente ci fa 

    ***

    Alle due di notte, logorati e non privi di una certa serpeggiante inquietudine barbicatasi nellossa, i due sinsinuarono nel portone dingresso, alla cerca dellabitazione generosamente offerta. Allorché il pesante battente si richiuse alle loro terga, una minacciosa coltre di tenebra li imprigionò a tradimento, rendendoli poco meno che ciechi ed afflitti ancor più.

    Ma troppo, troppo scuro!  schiumava Patonsio, cui loscurità non prometteva granché di bello.

    Questione di poco, ormai… siamo arrivati per fortuna … altri quattro piani soltanto, mi pare che già ne abbiamo fatti due … o erano tre? Tu che dici?  sospirava Carmine non meno umiliato e presago.

    Io, solamente, so che prima mi abbandono in un letto fisso, bello fermo e senza più movimenti, e prima faccio il fosso4 caro mio, abbasta, abbasta per carità … non ne posso più di caminàre come ’nu scéccu!5

    Tranquillo, ci siamo ormai … è tutto finito. Per stanotte ormai ci corichiamo e domani se ne parla 

    Ma, nel prendere la chiave, questa gli sfuggì di mano, andando a urtare nella cabina dellascensore prima, emettendo poi tintinnii sempre più distanti e tristi, ed infine fu inghiottita nel gorgo lugubre che restituì soltanto, laggiù, in fondo, molto in fondo, dopo un tempo impossibile a computarsi, un rumore proveniente di sicuro dal fosco regno degli incubi e delle visioni mostruose, se mai se ne potesse commentare lenigmatico suono, assai lontano e spettrale.

    Carmine aveva conosciuto alcune disgrazie, aveva letto molti romanzi dappendice, aveva sentito raccontare di parecchie sventure, con tutto ciò non si rese subito conto della gravità dellaccaduto, e immobile rimase, come saspettasse che la chiave, da sé sola, potesse risalire, lamentarsi o chiamare soccorso. Indi, percorso da un brivido di raccapriccio, saffacciò pavidamente nel buio reggendosi al corrimano: sperava, linfelice, che altri segnali lo raggiungessero dallo spazio profondo!

    Si è uccisa..!  fremette.

    ***

    Quando si riebbero dalla sorpresa e si arenarono in un nuovo stato danimo,  una sorta di mistico terrore  una forza superiore  quasi attirati da un imperscrutabile sortilegio  li spinse a scendere giù per gli scalini, infondendo in entrambi, mercé la recondita speranza che la chiave potesse trovarsi in uno dei primi piani  magari al pianterreno, perché no?  un rimasuglio di fiducia su un plausibile, propizio ritrovamento.

    Discendevano con circospezione estrema, tastando ogni poco con la punta delle dita, nella pressoché completa assenza di luce, luno il corpo dellaltro, come temendo che allimprovviso la tenebra informe potesse rapinare un de due compagni, riconfortandosi un pochino ad ogni conferma tattile.

    Ma non avevano fiammiferi, e nemmanco uscir per strada potevano, poiché il buio pesto impediva loro daccedere a qualsiasi meccanismo dapertura del portone.

    Quando credettero di essere arrivati al primo piano, si risolsero a scendere di spalle, palpeggiando, accarezzando ad uno ad uno gli scalini aspettandosi con tali gesti di entrare in contatto con loggetto malefico che aveva scelto la fuga e la clandestinità in modo così vile e meschino.

    Calcolarono dessere arrivati al pianterreno.

    Ricominciarono a salire.

    La chiave disonesta non mostrava intenzione alcuna di saltar fuori.

    Tornarono a scendere.

    Signore Benedetto, pietà!  si affliggeva Patonsio, mentre Carmine anfanava, brusendo molto simili orazioni, preda ormai della convinzione desser imprigionati in un incognito limbo dal quale difficilmente uscirebbero vivi, o quanto meno orbati della ragione.

    Inutile.

    Sudavano, e non poco! Saddentravano in uno stato di disordine mentale prossimo allabbandono e alla resa senza condizioni a un nemico orripilante e abbietto.

    Escogitarono allora questo espediente: Carmine sarebbe sceso giù sino al portone, per contare gli scalini, e Patonsio lo avrebbe aspettato, saldo di mente e di corpo, nel pianerottolo da cui partivano le indagini.

    Così fecero.

    Brancicando nelloscurità impenetrabile e ladra, Carmine discese appena tre rampe per ritrovarsi nellandrone, cosa che lo foraggiò di nuovo sgomento, perché credeva di essere al terzo piano. Riprese con coraggio lascensione, quando, contati cinquantasei scalini, dovette arrendersi allevidenza che la scala era terminata  dal momento che dovunque stendesse le mani non trovava altro che muri ostili  senza che gli fosse consentito dincontrare il confratello salutato poco prima con affetto e turbamento non lieve.

    Il terrore lo morse al collo e gli serrò le viscere con stretta dacciaio.

    Non perdette del tutto il controllo:  «Io scenderò e conterò meglio»  salmodiò.  «Qualcosa deve essermi sfuggito. Ero un po confuso e non ho fatto i conti come si deve, non cè ragione di preoccuparsi. Va tutto bene, non ci sono problemi.»

    Per ritrovare il portone discese e conteggiò centoventisette scalini: chiunque avrebbe perso la calma, ma non il nostro paladino, che si limitò a perdere  forse per sempre  lincarnato naturale e molti capelli che, può darsi, avevano comunque già fissato la dipartita in una occasione adatta  e certo dovettero rimanere favorevolmente impressionati dalla contingenza presente.

    Una nuova manovra fu decisa: risalire con animo e piè fermo.

    La scala allora mutò del tutto e si trasformò in maniera che i gradini assumessero, tutti, proporzioni disuguali tra loro: quando Carmine stava per appoggiarvi il piede, uno dessi cresceva a dismisura fino a raggiungere altezza proibitiva financo per un atleta ottimamente allenato e fresco di forze; un altro bruscamente spariva livellandosi al precedente, formando una nuova zona piatta; un altro ancora sinabissava rispetto a quello appena calcato, sottraendo così terreno al piede insicuro e tremante.

    Oh Patò,  frusciava il derelitto fuor dalla strozza soffocata  tu non te limmagini che storia mi sta capitando  ma era solo per non sentirsi lunico essere superstite sul pianeta terrestre  poi ti racconto… va bene Patò? Mi senti, no?

    Invece di risposta, udiva da assai lontano, da una remota dimensione immaginaria, da unaltra epoca probabilmente, suoni indistinti, certo quelli che dovettero tentare Odisseo legato dai suoi marinai per uscire indenne dallincanto delle sirene ammaliatrici.

    ***

    Carmine aveva perso il conto seppur approssimativo delle scale, ma nel suo intelletto si aprì un varco la consapevolezza che era salito per dodici o tredici piani. Sedette a riposare, cercando di ottenere il controllo degli eventi che prendevano un corso del tutto marcato dalla più inopinata ingovernabilità. Non avendo ottenuto dal cielo segni rivelatori di una svolta decisiva alla sua sorte di proscritto, ricominciò, frastornato, a salire ancora per sedici piani altezza notevole davvero sui tetti della città di *.

    Gagliardo della sua disposizione al raccoglimento e al conforto della filosofia, cercò di ragionare ostentando una illusoria serenità.

    «La casa in cui siamo entrati,» pensò «non possiede tanti piani quanti ne ho, per così dire, peregrinati, ergo: io non sono in quella casa. E nemmeno Patonsio, che Dio me lo faccia incontrare ancora integro di corpo e di cervello! si trova colà. Per la verità egli non si trova neppure costì. In fede mia, costui non si trova in alcun dove! Un giorno lo rivedrò e rideremo insieme di questavventura così stramba. Daccordo, mi sono sbagliato. La debolezza fisica e nervosa mi ha causato questo stupido e risolvibilissimo equivoco. Tranquillo. Vediamo un po’…» si disse con laria più amichevole che riuscì ad assumere «quale edificio, dunque, vediamo vediamo, ha, ventotto, trenta, o più piani a *?»

    Mentre il cuore, furiosamente, iniziava a palpitare, e le mani andavano angosciosamente a congiungersi incrociate, gli occhi gli si sgranarono dilatati dallo spavento: non poteva dare a sé stesso altra risposta che questa:

    «Non ce né nessuno!»

    Era sicuro! Non cera in tutta * alcun edificio di trenta piani.

    «Ma se è così, se a * non cè casa di trenta piani… io non mi trovo a *!»

    Fu costretto a sedersi a causa di un nuovo soprassalto demozione. Sudò freddo.

    ***

    «Calma, calma,» prese ad esortarsi quel forte, «Carminello, Carminello, cerca di ricordare… Quali azioni hai intrapreso? In che treno sei salito? Qualera lesatta destinazione?» e abituato comera allintrospezione e allanalisi, diede ancora in pasto allavide fauci del raziocinio suo cibo ancor più indigesto, dicendosi: «Carmine, oh Carmine, chi sei tu? Dove vai Carmine? Donde vieni? Ma soprattutto, cosa ti spinge?»

    Avrebbe, quel generoso giovane, vieppiù mosso in profondità la penetrazione nei meandri dellIo, se un crepuscolo di lucidità non lo avesse indotto ad arrestarsi in tempo, proprio quando era ormai arrivato sul punto di chiedersi, insieme al poeta: «Carmine, chi fûr li maggior tui? »

    Lidea del grattacielo, e cioè che un colosso dacciaio e cemento tenesse sequestrati lui e il camerata, si fece quindi strada nella sua mente estenuata:

    «Mi trovo a Nuova York,» sospirò «ancora non so come, ma mi trovo a Nuova York o forse a Tokio. Quelle due parole dInglese, magari, le conosco… ma il giapponese? Che gli racconto se mi interrogano in giapponese, o magari in qualche lingua a me sconosciuta? Sono perduto.»

    Sedette sulle scale affondando il viso tra le mani, e si abbandonò a una cupa meditazione.

    «La mia vita è distrutta per sempre. Ignoro il giapponese, e mi sarà difficilissimo, quasi impossibile, farmi strada in questo paese. Rifarmi una vita dignitosa, crearmi una posizione accettabile… sarò io luomo capace di affrontare questa nuova sfida che il destino mi getta senza risparmiarmi amarezza e tormento? Sarò io pur sempre quelluomo abile a trar fuori dallinghippo lottimo Patonsio, che a me si affida come farebbe un fratello? E se pure io potessi ritornare in Italia, che cosa potrebbe apparecchiarsi, per me, che a quanto pare sono così irrimediabilmente sbalestrato da vagare, senza rendermene conto, dalluno allaltro emisfero terraqueo, e che non son nemmeno capace di difendermi dalle conseguenze trascendentali di tale condotta?»

    Linfelice andava confermandosi che la sua vita era spezzata per sempre, coartata senza chegli potesse opporvi limpido rimedio: tornato a casa, come reagirebbe se sparisse ancora una volta, per ritrovarsi ad un piano imprecisabile di uno sconosciuto edificio londinese, o in una puteolente cantina di un sobborgo di Calcutta, od anche, chissà, in una caverna della foresta del Borneo infestata da presenze nemiche? Un uomo il cui cammino è così nocivamente minacciato da repentini quanto inattesi sconvolgimenti, come moverebbe innanzi a sé il piede non temendo ad ogni passo una nuova terribile sciagura?

    ***

    Il silenzio di sonno eterno in cui era avvolto labisso tetro, ad un tratto, sembrò squarciarsi e da esso si animarono segnali che suggerivano lidea daltre forme di vita.

    Strani rumori giunsero alle orecchie di Carmine: profondi sospiri, un tramestìo confuso e lieve, il tic tac smorzato dun grande orologio, un irregolare scalpiccìo e colpetti di tosse.

    Una scala buia, nel cuore della notte, nasconde ineffabili risonanze, mistero vuoto e sospeso, incompiute entità daltri mondi, come ben sa linquieto lettore che in una notte insonne abbia accostato lorecchio al buco della serratura. E abbia ascoltato. Sentito…

    In quellora indefinita, in quegli istanti smembrati, abortiti e vendicativi, in quei momenti in cui le regole condominiali e le leggi fisiche persino tacciono, accanto alle soglie trascorrono i fantasmi triviali che impauriscono i bimbi e le fanciulle, insieme ai fantasmi dei sogni interrotti con lansia e la trepidazione che par volere esplodere dal petto affannoso, e con essi, pallidi perchè sempre di notte lavorano le altre ombre prive dappoggio che sussultano dasma e si lagnano nelloscurità. Trascinano i piedi, arrivano o partono, tossiscono, si disperdono senza quiete per i piani tutti… qualcuno arriva addirittura a schiarirsi la voce, gracchiando, scatarrando, grattandosi la gola oscena gonfia di risentimento verso la vita e il decoro umano…

    No, tutto ciò non è davvero piacevole, lettore caro, per un uomo agitato da ponderosi interrogativi riguardo alla propria esistenza, per un Carmine non certo nel pieno delle sue facoltà che ha perduta la chiave di casa in una scala sconosciuta e oscura. Si arrese, quel nobile? Lasciò forse che loccorrenza trista lo sovrastasse inerme?

    Eh sì..!

    Purtroppo.

    Patonsio… di quando in quando implorava sottovoce, di modo che fosse udito soltanto dallamico e non dai fantasmi brutti Patonsio, oh Patò… ma ché lo fai apposta? Mi senti Patò..? Oh Signore, GesùGiuseppeemMarìa… oh Patò..! Niente! Ma cose di restare lesi !

    Ciònondimeno tornò alla sua fatica.

    Percorse un vasto spazio pianeggiante, alla fine del quale le sue mani, che esitanti saggiavano laria densa di mistero e insidia, urtarono un cancello. Cercò tastoni e trovò un chiavistello.

    «Dove mi trovo?» pensava «Che rumore è questo che viene da laggiù? Senti come pesta! Ma che, si avvicina? Altro che..! Qua è!»

    Erano già molto vicini i rumori.

    Oh! Chi va là? gridò.

    Il nuovo venuto sarrestò. Allora una voce, che sembrava con tutta verisimiglianza originarsi dalla suola delle scarpe di Carmine, pretese:

    Chi è lì?

    E là chi cè? insisté Carmine.

    Silenzio.

    « ..? »

    Silenzio nero.

    La voce tornò:

    Che sta facendo, lei?

    Ma niente… il fattore è che mi sono perso.

    Hmm! fece luomo del buio, poi chiese ancora:

    Dove sta ora?

    Io, secondo me, mi trovo sulla porta di uno chalet circondato da uninferriata; comunque non so se mi trovo dalla parte esterna o da quella interna. Qui ho trovato per caso il chiavistello, ma non oso aprire…

    Sarà il cancello dellascensore.

    Tacque Carmine, qualche istante.

    Ma no, rispose perché i miei piedi giacciono su un prato, dal quale ora sto strappando manciate di erba secca…

    Ho capito, grugnì lo sconosciuto lei sta devastando lo stuoino della signora Pesciabbella. Allora non si offenda se le chiedo: le piacciono gli alcolici?

    Non bevo. Lei ha fraint…

    Allora lei è un ladro..? Su, parli con franchezza.

    Ma noo… non sono un ladro… tu guard… glielo assicuro sul mio onore… può salire tranquillissimo..!

    Hmmm!

    Si sentirono allora lievi fruscii, attutiti, e questo poteva esser soltanto segno che lo sconosciuto discendeva di nuovo, in punta di piedi. Poi, però, la paura dovette morsicarlo allimprovviso nei calcagni, poiché scese a saltelloni, e con gran rumore…

    Patonsio, oh Patonsio…? fece Carmine sdegnato e oppresso dalla mestizia Ô Patò..? e le braccia da sole sallargavano, senzintervento di sua volontà, ricordando un po alla lontana, se si vuole il Santo Crocifisso.

    Quindi si lasciò cadere, scivolando di spalle sullinferriata, e non disse nulla.

    Attese larrivo del giorno.


    1 Il divertimento in senso ampio, le avventure galanti. N.d.C.

    2 Mettiti comodo, rilassati. N.d.C

    3 Basta, per carità, grazie! N.d.C

    4 Mi sprofondo nel materasso. N.d.C.

    5 Trascinarmi come un asinello. N.d.C.

    Fratelli

    di patonsio1 (03/08/2006 - 17:32)

    Fratelli


    Erano ormai parecchi i giorni trascorsi dacché avean lasciato casa la cara casa dove ogni cosa può nascondersi ma si ritrova, dove lindispensabile dellospite è linutile pel visitatore, quel luogo dellanima dove si torna (col pensiero almeno) nel momento in cui sè tristi altrove quando incontrarono un anziano signore.

    Assiso sur un lastrone di pietra, incassato nel muricciolo antico quanto lui, rimirava, costui, fisso un punto vuoto innanzi a sé, ma macilento e va detto male un pochino in arnese, tutto compreso circondato persino duna irreale immobilità, duna apatia tetragona fuor dal tempo si direbbe comune, pareva voler solo mostrare, come residuo segnale di appartenenza a questo mondo, un fremito impercettibile nei polsi cerei e scarni, dalla vecchiezza rosicchiati.

    Un refoletto impertinente frequentatore unico di quellangolo di solitudine dimentica e rara, tirava a far dispetto a un ciuffetto di capelli, radi e sbiancati come logore lenzuola al sole, la qual cosa poteva essere notata a condizione dosservare il vecchio adusto di profilo.

    E così Patonsio e Carmine fecero, poi che lesame dal di fronte non li incoraggiò nel progredire approcci e conoscenza. Losservarono pertanto da variate prospettive, lo studiarono un po dietro e al lato un poco, gli girarono dattorno, assai curiosi del come e del perché, sinché fattisi vicino, piano piano, come a scoprir che fosse vivo, glinviarono un saluto:

    Buon Giorno, egregio signore, saprebbe dirci, per favore, che strada è meglio fare per raggiungere il paese?

    – …

    Se non è troppo incomodo, sintende…

    – …

    Questo dorme, disse Patonsio indovinando un che dinsolito negli occhi assenti, benché aperti pare che è sveglio, e invece dorme. U jabbu arriva e a stima no!1

    Va bene, fece Carmine, riguardoso ancora verso quel vecchio austero e strambo ci scusi tanto del disturbo, buona giornata, si stia bene, tante cose belle, arrivederci e grazie.

    Niente, fece eco Patonsio pragmatista non cè. Ce ne possiamo andare tranquillamente.

    E pazienza. Proviamo a chiedere più avanti. E che vuoi fa’…

    Ma una voce, da ben lungi ed oltre giunta, li arrestò esterrefatti:

    È stato uno sbaglio.

    Quella voce, mesta e virile a un tempo, proveniva a loro roca eppur nitida come lama di gran fattura con soverchia fatica, evidentemente, attraverso la nodosa gola riarsa del vecchio, come avesse a risalire il dirupo aspro di un passato disperso e lacero, nebulizzato ormai nel pulviscolo immemore.

    Come? Gli intonarono in duetto, Come, come? Aspetta, aspetta… sgranando gli occhi, sopraffatti dalla sorpresa.

    Tutto uno sbaglio… è stato un errore. Grande. Colossale errore! Che Dio perdoni…

    Prego..? Ha detto, scusi?

    Volse il capo allora il vecchio con lentezza esasperante, gettò uno sguardo acuminato, penetrante, che ferì gli occhi dei due compagni; quando infine questi si riabilitarono dallabbaglio, grave, lentamente, le parole dipanando dallintrico dei ricordi, disse:

    Ero uguale a lui. Non ci assomigliavamo soltanto; no, eravamo identici luno allaltro. E non eravamo uguali solo nelle fattezze esteriori: avevamo lo stesso peso, la corporatura era la medesima, i capelli non potevano esser più simili, i lineamenti del volto erano lesatta copia luno dellaltro. Hmmm… eravamo, sapete..? quel che si dice: due gocce dacqua.

    Ah, però..! fece Carmine, incuriosito e perplesso.

    Eravamo… la stessa cosa… sì… eravamo la stessa immagine riflessa in due specchi. Hmmm!

    Hai capito Patò? Il signore, qua, dice che erano gli stessi.

    Sì, ho capito che il nonno, era lo stesso. Ma lo stesso di chi? A me pare che il disco gli salta qualche giro

    Che enorme sbaglio! riprese il vecchio con insospettato vigore, roteando occhi ora inquieti, come volesse afferrar nel vuoto spazio, innanzi a sè, unidea lontana, che gli sfuggiva e che ritornava a tormentarlo con assalti improvvisi, come una serie di onde minacciose, di cui non può esser previsto il ritmo, che vogliano rovesciare il relitto squassato dun nocchiero sordo.

    Vabbé, intese confortarlo Carmine magari si può aggiustare, si sa, non cè rimedio solo alla mor… ma subito tranciò in gola la frase, che gli parve, per un qualche motivo sospettato dallistinto, del tutto offensiva e inadatta.

    No, giovane amico. No. Non si aggiusta il passato. Non si aggiusta mai. E sapete ancora? Non si aggiusta nemmanco il futuro. Già. Il futuro… Ah! Ah! Ah ah… e una risata spaventosa, una risata dellaltro mondo, gli venne fuori da qualche parte del suo corpo secco e consunto il futuro! Non esiste il futuro! Poveri sciocchi che fummo e che sarete, poveri imbecilli malati dignoranza e di boria terrena! Poveri cristi! Perseguitati da illusioni vane, da appetiti inutili, da sogni irrealizzabili e da incubi fedeli!

    Ohhh, benissimo, sinserì Pat il digiunatore suo (forte) malgrado a proposito di appetito…

    Ah! Ah ah ah! unaltra risata lugubre del grigio fantasma lo interruppe, lo infastidì, lo basì non lo sapete?! Ah ah ah; ma come potrebbero sapere, sciocche larve, esseri increduli, carne caduca…

    Eh! La carne! Non è da disprezzare, la carne! voleva riguadagnare Patò, allumore del quale la penuria di cibo e lastrusa contingenza giovavano come ortica fresca nella schiena spellata.

    Il vecchio allora si assentò. Il suo corpo restò appollaiato sulla pietra, ma dal di dentro qualcosa, qualcosa di magnetico, di arcano, dinspiegabile, se lo portò via. Disparve.

    Era lì, e non cera più.

    Implose.

    Lo guardarono, inebetiti. Una musica, inascoltata ma presente, dattorno si rivelò: i fili derba e le fronde vicine danzarono inavvertibili; una spirale di polvere sospinta daria impalpabile vorticò con lentezza di sogno, il cielo parve oscurarsi, spirò sullo sterrato frusciando un sentore di pioggia e delettricità insonne i due raggelando, che gli sguardi negli sguardi fissero, di stupore pervasi e ammutoliti.

    ***

    La natura si acquietò, poi, dopo un poco.

    Il brivido si sciolse, la luce del meriggio ancora divampò, e Carmine credette saggio consigliarsi con lamico su una presta dipartita da quello strano angolo di mondo, visitato da strambezze. Nel cuor gli rimaneva un che dinquieto, dirrisolto; una pena bizzarra del vecchio etereo laffliggeva, ma tantè: la vita continua e non si può sperare di rimetter tutto a posto…

    E a che posto, poi?

    Siamo forse nel diritto dinterferire? Di assegnare un nuovo corso alle cose visitate o a quellignote? La pena chè dei teneri, è già coscienza di giustizia, o di torto raddrizzato?

    Tali, e consimili altri pensieri lo pungevano, molesti e tenaci, come chi abbia un peso indigerito, un rimpianto mai scacciato, una colpa nellanimo insabbiata, e emendata mai.

    Lagro bruciato respirava.

    Il cielo sovrastava.

    Ma, a ben vedere, forse, si contorceva.

    ***

    Via! Ritornar sul cammino! Poche storie! Quando si è giovani può soccorrervi, senza il puntello della perizia, una scaltrezza si direbbe una malizia dellistinto che sospinge un passo avanti, il rimorso lascia addietro, e si va. Dal dolor ci si allontana: è un pedaggio risparmiato. Una tassa rimandata, che di poi… se ne vedrà.

    ***

    Salutato chebbero, con cenni muti e gesti imbarazzati, il vecchino involato, la strada se li stava già chiamando, quasi avessero indugiato su un dosso, e ripreso la discesa, alla buonora. Ma un che li riagguantò. Qualche cosa, un campanello, come un grido, un destarsi della mente o una chiamata, come un soffio dietro il collo.

    Coshai detto?

    No, io nulla.

    Mi hai parlato.

    No, io no.

    Ho sentito…

    Beh, io pure…

    Che cosera?

    Chi lo sa…

    Sembravo mio fratello. Riapparve, come per sortilegio, lo stagionato narratore.

    Ritornò… dal di dentro, come dopo uninfruttuosa ricerca salta fuori, e da sé, quel che sera abbandonata la speranza di trovare.

    Parenti ed amici non potevano, cominciò il vegliardo a dire non furono mai in grado di distinguerci. Ci scambiavano sempre. Qualcuno avrebbe potuto chiamarci, per isbaglio, con il nome giusto: non avvenne mai. Mai! Capite? Mai… ebbi sempre cucito addosso il nome di mio fratello. «Gianni che hai fatto? Gianni di qua. Gianni di là…» lesatta copia eravamo dellaltro. Gemelli eravamo. Lun gemello dellaltro, e nessuno seppe mai quale.

    Una lacrima, da tantanimo commosso suscitata, sarebbe fuggita dai cigli, se avesse potuto. Ma non poté.

    Quegli occhi prosciugati dal tempo parevano incapaci di gettar lacrime di fuori, come usurata ne fosse la facoltà, come se i condotti, da lunga inattività turati, ormai impediti fossero, e per sempre.

    E però così non era per i nostri, che a pena controllavano i loro, di condotti certo, chi più (si sa, ogni condotto ha il diametro suo), chi meno. Avrebber voluto chiedere, questionare a proprio metro, e saper di questo e quello, ricercare prima il come, domandare poi: e perchè?

    Ma fu il vecchio che li prese, prima ancor che si facesse… un quesito fastidioso, come dire, al laccio suo; e così loro narrò:

    Fu un mattino di novembre,

    giorno fresco e luminoso,

    che la balia Donna Tana2,

    prima ancor davere un nome,

    mentre il bagno ci faceva,

    nella culla ci scambiò…

    – …Ahh… gli risposero incantati.

    Fu il destino, sì, fu… (sorrise straniato agli spiriti invisibili) il Fato,

    il supremo reggitor di tutti i casi,

    che ci volle sprofondare

    in un vallo tanto assurdo,

    che le vite nostre implumi

    (con un tiro assai mancino,

    con un colpo della coda),

    imprendette a mescolar.

    Uno errore madornale,

    una beffa mai conclusa,

    uno scherzo che subire…

    mai negli anni si finì.

    Il racconto procedeva, luditorio piccolino allunisono ondeggiando ne seguiva illusionato le cadenze fosche e gravi, e lasciandosi condurre, e dalla musica cullare, che le orecchie non sentivan, e che gli animi moveva, avvolgendoli col suono, davan credito al vegliardo, quasi un piffero incantato per la man li conducesse.

    – … Il battesimo? Ci fu… continuò la mummia anomala.

    Altro tiro sopraffino!

    Ma che presa per il… naso!

    Una burla ben ordita!

    Un motteggio nuovo e truce:

    il mio nome dato a Gianni,

    ed il suo mi si affibbiò.

    E credete che da bimbi

    lirrisione si fermò?

    No, per nulla.

    La sventura continuò…

    Patonsio, pur in sincrono con gli ondeggiamenti del capo di Carmine, comandati da quella lunatica cadenza, qualcosa di suo vi aggiungeva: ed era un esiguo ma netto sussultorio moto.

    Si sarebbe forse detto che seguisse meglio il ritmo, che più preso egli fosse dalla musica tiranna, che la metrica scandisse con il corpo tutto intero, molleggiando ad un tempo, su un sodo materasso.

    Quando a scuola poi sandò, ( riprendeva già il bacucco )

    la nefasta somiglianza

    diventò ancor più molesta.

    Io studiavo ed ero bravo,

    quello… un asino restò.

    I miei compiti copiava,

    mai uno sforzo prodigò:

    io prendevo i voti bassi,

    lui al contrario primeggiava.

    Se il maestro mi premiava,

    la vittoria era la sua.

    Riscote senza fatica

    i compensi dati a me.

    Io, punito in abbondanza,

    lui di lodi, ne sprecò.

    Mai capì il tormento mio,

    mai un dono fece a me.

    Era tonto ? Chi può dirlo…

    di sicuro non brillò.

    La mia mamma mi batteva,

    ma non eran mie le colpe:

    sol di Gianni, quello stolto,

    che rubava i baci a me.

    E non solo si prendeva

    mio fratello la mia vita,

    pure i meriti e i miei sogni

    lui rubava senza posa;

    si fotteva ad ogni istante

    il guadagno chera mio.

    Alla festa e al lavorante,

    lui prendeva il mio vestito,

    ed il suo maleodorante

    dava a me senza badar;

    io vivevo sconfortato

    dun inganno sporco e vile,

    lui si fece assai più bello

    della linfa mia gemella,

    non trovai riposo alcuno

    da una tal sorte crudele,

    mai mi seppi riscattare

    dal viluppo triste e gramo.

    Che fantastica burletta

    la mia vita… e poi perché?

    Eravamo, noi, i gemelli…

    un bislacco caso a sé…

    ***

    Carmine e Patonsio stavano immobili, incapaci di proferir verbo al cospetto dellun uomo, un resto duomo tanto canzonato dalla vita, carico di memorie così penose e inconcepibili, e avrebbero voluto prendergli un braccio, dire una parola di conforto, ma non osavano. Offrir lui un gesto, unintenzione, ma non osavano.

    E bene fecero, con tutta ragionevolezza, dal momento che lossuto longevo, allorché li scorse turbati e increduli ancora un poco, li fulminò con unocchiata disumana e bruciante dicendo:

    Io, meschin, quasi ogni giorno,

    (uomo nato per lo scorno)

    mi chiedea ad ogni passo:

    come dire, come posso,

    palesar quel che son io?

    Agli amici ed ai parenti

    domandavo troppo spesso:

    tu sapresti caro mio

    dimostrar che tu sei tu?

    La platea era ormai presa, era avvinta a quel calappio di racconto assai irreale, e i colori di quel mondo variopinto intorno a loro smiser dessere i normali, quelli giusti, quelli che saspetterebbe; ecco, cadde su di loro un novello ragionar:

    Lo sapete, amici cari?

    che la vita é molto breve?

    Io vi conto di quei fatti

    perlomeno un poco rari

    (ma non é discorso lieve),

    che non furono mai detti;

    del passato che saffaccia

    come masso che ti schiaccia,

    e non sono rari i casi,

    ma infiniti direi quasi

    che indagarne la cagione

    fe smarrire la ragione

    al santuomo e al lazzarone,

    (che sian buoni oppure i brutti)

    al signore e al miserello,

    proprio a tutti,

    a questo e a quello.

    Maccadette (cosa odiosa),

    che un bel giorno la mia sposa

    col mio stolido fratello

    convolando a ingiuste nozze

    dun sol colpo ella spezzò,

    il mio cuore poverello.

    Ne patii allor di tristezze:

    Se provavo a dir qualcosa

    dellaffar che ci scambiò

    rispondeva quella: « Embé?

    Non son certo una smorfiosa

    chiacchierata dalla gente,

    perchè vieni tu da me?

    io non voglio saper niente

    della tua brama insolente. »

    Un fulmine caduto proprio in mezzo tra le gambe non avrebbe mai potuto sbalordire il suo compagno quanto lestro repentino che mostrò quindi Patò:

    – ’Stu bastardo, stinfamone…

    non mi pare troppo bello

    che lo schifo del fratello

    (non cè proprio religione!)

    abbia fatto tante cose

    disoneste e assai schifose

    e come mai

    fu possibile pertanto

    (con laiuto di nessuno)

    combinare tanti guai?

    E vorrei saper da voi

    se linfame senzaffronto,

    maledetto ed importuno

    il suo conto mai pagò,

    sempre pronto a scialacquare,

    a rubare e sperperare

    quello che, per quanto so

    non doveva a lui toccare?

    Non dovette, no, aspettare troppo tempo per sapere che un castigo presto o tardi agli umani è consegnato, senza gran misurazione, dal destino spesso ladro, cieco, infìdo ed intrigante:

    Caro amico, è presto detto:

    disse il vecchio assai compunto

    non mi spiego ancora come,

    capitò lo strano fatto:

    quando giunse alfin la morte,

    quella mia, dopo tantanni,

    i parenti tutti insieme

    radunati in una corte

    sepper tosto cosa fare.

    Me lasciaron negli affanni...

    e seppelliron Gianni.


    1 Arriva prima la meraviglia piuttosto che la capacità di comprendere. N.d.C.

    2 Gaetana, Tanina. N.d.C.

    Come qualmente Patonsio...

    di patonsio1 (03/08/2006 - 14:41)

    Come qualmente Patonsio conobbe le delizie e i gabbi damore ( ah! lamore!).


    Questo aneddoto potrebbe illustrare, con sufficiente capacità di tratteggio, loriginale temperamento qualità daltronde non troppo rara per i giovanotti del tempo che ci onoriamo di segnalare allapprezzamento del lettore del Patonsio nostro, che a quellepoca recava la fronte inghirlandata di un numero inferiore di primavere.

    Lamica del cuore staremmo per dire, se questespressione cadesse congrua alla circostanza di allora, una brunetta cui lecclesiastico più bonario avrebbe sacrificato la propria rettitudine, in ragione della di lei impudicizia (una notte di orge truculente era per costei un trastullo sempliciotto), gli soffiò un giorno vicino allorecchio:

    Patonsiuccio, Patonsino..? O Patòpatàpatèpatìpatù..? Ecché farai alla “Fiera dei prodotti tipici”?

    Ma perché, che devo fare?

    Beh, porti qualche prodotto tipico, no?

    Allora dovrei portare a te…

    Che sono forse tipica, io?

    Eccérto, ché forse non sei un fenomeno..?

    Il supposto fenomeno allora inarcò un sopracciglio e rispose, inquisitiva e truce:

    Tipo quelli da baraccone, vuoi dire?

    E senza buttar giù altre digressioni gli avrebbe anche fatto strenna di schiaffoni sinchè la mano fosse sazia, se Patonsio non si fosse affrettato ad allegare, in tono di amorosa rappezzatura:

    Ma certo cuore mio, sei un fenomeno come gentilezza, simpatia e bontà di cuore! Oh, come sei buona e simpatica! Pure la comare Razia 1 lo pensa quanto sei buona nel cuore..!

    Nel dir ciò non mentiva, nel profondo fondo, poichè già allora annusava, con ogni probabilità, col naso della psiche, la generosità di quella sciropposa, anzitutto nei confronti di perdigiorno e gaglioffi ben dotati, se ci siamo capiti.

    Quella disonesta farebbe bene a badare alle sue corna, invece di pensare alla mia bontà! fu il credito assegnato da Liliana questo, il nome della carognetta alla comare divulgatrice, portavoce di gruppi dopinione ben insediati nel tessuto sociale della zona.

    Bocca un po slargata, zazzeruta di criniera e abbondante allo stesso modo di fiero tosone nel corpo sodo e proporzionato a grandi linee, se si vuol sorvolare su certe ridondanze corporee tuttaltro che sgradite al cultore infoiato nativo di quelle assetate latitudini Lilli (eh sì, molte donne di simile impastatura, posseggono carezzevoli nomi di battaglia) era quel che si dice, se non proprio una nave-scuola, un vaporetto-studio, un rimorchiatore daddestramento per giovani volenterosi od alacri apprendisti.

    E quante canzonette sapeva!

    Quanti jukebox aveva fatto cantare!

    Quanti urlatori accompagnarono i suoi momenti di ristoro!

    Quanti strilli nei suoi sollazzi!

    Eh, beh!

    Da innamorarsene, specialmente potendo far assegnamento su uno spiritaccio temerario.

    ***

    Otto giorni più tardi, Patonsio il temerario per lappunto faceva rotta per la Fiera, avendo caricato congiuntamente nel suo camioncino il fardello di polposi pomodori, la gagliarda Lilli e un non meno valente nano dimportazione originario dun paese distante ben più di venticinque chilometri in qualità di ometto di fiducia, raccomandatogli da un parente col quale non intratteneva che rapporti dolenti.

    Per dirla tutta, la fiducia accordata a quella sorta di piccolo braccio destro in realtà più sinistro per sembiante e per indole mai fu peggio riposta: ah, che farabutto mignon!

    Ebbe sullo stomaco, per dir così, Patonsio sin dai primissimi istanti, e la sua unica ispirazione fu quella di procurargli sconforti a non finire, e afflizioni dogni taglia.

    Quando doveva trattare con un cliente, si alzava sulla punta dei piedi e si gonfiava come un rospetto pretenzioso con tale sfacciataggine da apparire il fratello solo un pochino più piccolo e tracagnotto di Patonsio, che si stizziva a dismisura per quella specie dusurpazione.

    Per sovrammercato dangustia, poi, i conoscenti lo prendevano in giro dicendo:

    Ma sai che ti dico, Patò? Non è che sia un granché di nano, il tuo nano…

    Oppure:

    Dove te lhanno rifilato il nano fasullo? Thanno dato un bidone Patò!

    Perfino:

    O Patò, certo che non li fanno più come una volta i nani, eh? E insomma…

    Quando Patonsio avesse voluto dare una strigliata allomarino che, accecato dalla vanità, non si apparecchiava il corretto esser nano, questimpertinente gli avrebbe restituito con sufficienza:

    Che volete mastro Patò… ci sono certe giornate che un cristiano non è troppo in forma…

    ***

    Come a Dio piacque, un bel giorno la fiera terminò, e la vita riprese il suo corso beffardo.

    Andò, il nostro fuoriclasse, a trovare la sua bella un par dore prima che i suoi impegni non lasciassero prevedere.

    Entrò alla chetichella per farle una sorpresina frizzante, e per tradurre in pratica la briosa trovata, si destreggiò ad avanzare verso la camera da letto procedendo esclusivamente sulle punte dei piedi, né più né meno come avrebbe fatto un danzatore russo di dubbia identità sessuale: saltellava e prillava rapito da quellinesercitata abilità concedendosi falcatine e piroette che lavresti detto sollevato come per magia o prodigio dalle commoventi note de Lo schiaccianoci se non de Luccello dalle piume di cristallo .

    Oh, portentoso pupillo della leggiadra Tersite! 2

    Sentì allora, dietro la porta dove voleva palesarsi alla maniera di angelo dellannunciazione, dal più fulgido manto di splendidezza avvolto sospiri trafelati, rantoli imbavagliati che indubitabilmente rivelavano lansia di sognanti fantasticherie vagheggiate dalla sua appassionata adoratrice…

    Bisognava sentire come si struggeva!

    Che sospiri…

    Lilli al momento adorava, a ogni buon conto, le incursioni forsennate che il nano importato infliggeva al suo magnanimo corpo di missionaria della passionalità carnale.

    Patonsio, mineralizzato dallo sconcerto, allistante perse luso della lingua materna, nello scontro con lictus che per poco non lo lasciò offeso.

    Però.

    Lo riacquistò poco dopo:

    Sgorbio indegno, preparati, è ora di crepare!

    Ma il tempo di sollevare la mano vindice che labrogherebbe dal registro dei vivi, quella scarsa creatura tam citus quam erat ventus3era già allestero.

    Più, mai più, si seppe di lui.

    Lilli invece era assalita ora da un riso che la soffocava, e cercava scampo dallasfissia annaspando e voltolandosi tra i guanciali imbibiti della guazza vischiosa delle estenuanti ultime battaglie.

    Ruggì Patonsio:

    Cè poco da ridere!

    Stupidino, boccheggiava squassata dalle risa ma non sarai di certo geloso del nano, no? Era solo per vedere, tutto qua. Ah, non hai lidea… O Dio Dio, ahiuhi..! Non ti puoi immaginare… Uh !

    E riprese a lottare contro la mancanza daria, dopo di che gli fornì certi particolari, effettivamente comici assai, che finirono col disarmarlo del tutto.

    Ad ogni buon conto, dallora in poi lottimo Patonsio diffidò dei nani, importati o nostrani che si fossero, cominciando ad intuire in forma nebulosa qualcosa come lidea che la delusione che sembra provenire dagli altri è in realtà unamarezza per aver scoperto un errore di più commesso da noi stessi: è umiliante per luomo non comune mettere alla luce le ferite prodotte dai propri errori, laddove per luomo comune è senzaltro più gratificante coprirli e mistificarli.

    Il più intenso scoraggiamento sempre per quellinsigne sprovveduto suindicato discendeva dalla scoperta daver male impiegato il proprio tempo con intercambiabili figurette, prive di una qualche caratteristica che consenta di perdonare loro la miserevole pochezza con cui sono impastate.

    ***

    Il tempo, stravagante guaritore di ben più dolorose ferite, applicò i suoi cataplasmi.

    ***

    Per curare meglio i suoi affari, un giorno Patonsio installò un ragioniere decorato di ottime credenziali in un locale che aveva preso in affitto. Questo ragioniere era tuttaltra cosa del nano canaglia: di livello più elevato, lavoratore, servizievole e meticoloso.

    Una sera, introducendosi inopinatamente in camera di Lilli, pregustando la sugosa ghiottoneria dun saccoccio di arancini caldissimi appena fritti e spadellati da sterminare a otto ganasce, trovò sparse al suolo le spoglie mendaci del contabile, non meno laborioso e infaticabile sulle rugiadose membra di lei che presso bolle, fatture e quietanze.

    Ora, sperando di far cosa gradita al lettore risparmiandogli lo sforzo dindovinare chi si celava nellabile travestimento, si dirà senza rinvii che il ragioniere altri non era quod erat demonstrandum4che il vecchio nano.

    Quel piccolo insaziato porco di pigmeo non aveva trovato niente di meglio, per assediare le carni generose di Lilli, che camuffarsi ineccepibilmente da computista provetto.

    E parimenti per viziare lo stesso lettore, gli si risparmierà altresì le forti emozioni che farebbero seguito alla descrizione delle raccapriccianti atrocità consumate a danno del disadorno corpicino del nano martoriato per mano di Patonsio, il quale, in quella malaugurata congiuntura, si pose molto al di fuori dalla grazia di Dio nostro Signore.

    Così di lui, nellora delletterno giudizio possa aver pietà.

    1 Orazia. N.d.C.

    2 Musa della danza. N.d.C.

    3 Veloce come il vento. N.d.C.

    4 Come volevasi dimostrare… N.d.C.

    Doppia personalità

    di patonsio1 (02/08/2006 - 18:20)

    Doppia personalità


    All’occhio del viaggiatore in osservazione affettuosa, le molli pareti e i versanti non troppo erti degli Iblei raccontavano, con orgoglio e con rispetto, qualcosa dei tempi di cui son figli e di cui portano il ricordo, affidando a una tenue brezza il bisbiglio che impercettibile narra di quando la terra si torse e si crepò, e dal suo straziato corpo, tra i lamenti e i rammarichi del parto, le cime e i crinali destinò fuori.

    Magari Patonsio, su tali belle quaternarie storie, non rifletteva acutamente e troppo, ma oltre il parabrezza della lapa1 poteva, a suo bell’agio, – volendo prescindere dall’insignificante ostacolo delle pillacchere dei moschini a migliaia suicidatisi negli anni ruggenti del trabiccolo audace – lanciare come un beffardo grido di sfida alle vanitose alture che osservava disegnate sull’orizzonte dello sterrato ch’egli percorreva, concedendosi, tra una curva e l’altra – disordinata felicità! – la fregola della derapata nel tripudio del polverone lungo tratturi aspri, dove le peste di capre avevano arabescato il suolo di screzi, e il brivido asprigno della marcia gloriosa su due ruote, per metri pochi, – (vero è…) – ma esaltanti.

    Ed era il grido d’orgoglio che Davide lanciò a Golia, l’urlo d’intrepidezza ch’Ettorre oppose al figlio borioso di Peleo, il bercio d’impudenza che la volpe sostenne appetto all’uva succosa e inaccessibile – (del resto, un che di favolistico e leggendario conteneva la carcame dell’eroe nostro…).

    Correva, Patò il briccone, col grintoso catorcio rombando, l’isterilita e riarsa contrada – caduta in dimenticanza nella mente di Dio quando mise mano alle terre doviziose – in un luminoso meriggio di giugno – stravagante mese portator di misteriose preveggenze e malefici sensi, in cui s’aveva l’impressione che le stagioni con i loro torpori e le loro concitazioni vogliano scapricciarsi di correre in senso inverso a quelle degli uomini contrariandoli nei sentimenti – : aveva a far ordinativi di sementi, e bene misurati pure, a meno di non incorrere nelle ire dello zio, crudo e selvatico un’anticchia.2

    ***

    Solo una volta infatti, – ma bastò… – Patonsio aveva preso, per sventatezza, lucciole per lanterne – o per esser più precisi, miglio al posto di avena – e la ricompensa che n’ebbe da parte dello zio Santo – di nome, ma non di fatto – fu:

    O Patò, disonesto amaro, che è ’sta purcarìa?

    E che è zio..? la robba che mi cercasti tu…

    Ah sì? Vieni, al nipote di tuo zio… vieni qua, che ti dico un fatto…

    Però non gli disse, il fatto, invece agguantò con la destra – ch’era simile per grandezza a una pala di muratore – il capoccione d’adolescente ancor tutto zazzeruto e lo ficcò con forza selvaggia nel gran sacco di becchime finché non ritenne che si fosse, finalmente, emendato della colpa dell’esistenza sua citrulla spandendo dagli orifizi maggiori l’ultimo sbuffo vitale.

    Una volta rifiutato, – meglio si direbbe: spurgato – il terrificato giovanotto, dal grembo marcescente dell’orrida Nera Signora,3 – non ancora, e per fortuna, l’ora estrema era sonata – la sua dimestichezza con le graminacee risoluto accrescimento ricevette, non così la saldezza psicologica, di modo che d’allora in poi si tenne per fermo il principio che conservare la pelliccia4 in buona salute è cosa bellissima e igienica.

    ***

    Allorché Patonsio raggiunse la masseria di don Peppino “Maccefìcu”, – tale era il nome e il soprannome dell’irsuto (e odoroso, a dirla tutta) commerciante, conseguito in virtù della fama di resinose secrezioni (che delicatezza verso le giovani lettrici e amor di decenza c’impedisce qui di descrivere) – in buona parte attrezzata da deposito di sementi e granaglie, s’addentrò nell’aria fatta polverosa sia da un fervore laborioso e disordinato d’uomini che attendevano alle fatiche di carico e scarico delle merci, sia da un fitto frullar – non meno – di baccagli e bestemmie, – così s’usava, allora, presso quel tipo di figure intagliate nel legno adusto d’olivo e in quello torto di carrubo – e d’un subito prese parte alla babele, questo salutando, quello rimbeccando, quell’altro sfotticchiando, la propria vena apportandovi di competitore ancor fresco e – d’elezione – di minchiate sazio mai.

    Oh, Patò, – fece Maccefìcu, rivelandosi dalla penombra d’un portico, trasportata l’epa abbondante nella cornice dei battenti d’antico e rugoso legno greve – questi già ci sparano di lontano con la carabina5… ti ci metti pure tu… che mi pari tanticcia assai sciarriato magari ’cò travagghiu6

    Ah, ne viru picca péni nìviri, don Peppino, – piccato rispose il picaro nostrano – lei che sape..? U sacciu ’iu chiddu ch’agghiùttu!7

    – ’A vèni kà, sdisonorato, che iu magari u sàcciu chiddu ka ti piaci r’agghiùttiri..!8

    E con tali parole lo instradò in uno stanzone, alto di copertura e di pungente sentore d’uve con sapienza imbottate: era un vasto brumoso cantinone infatti, nel quale ciclopiche botti sovrastavano minacciose gli umani appena introdottisi, e parevano volerli intimorire con la loro formidabile mole e con il loro pondere mostruoso, di certo concepito in evi leggendari.

    Assaggia Patò… assaggia, – si vantava Maccefìcu – assaggia ti ’rissi!9 e poi mi fai ’u piaciri che ci dici a tò ziu se n’ha sentutu parlare mai di vino come a questo… e se mi viene a trovare, ci devi dire magari, ’u fazzu turnari ’a casa, quant’è vero Cristo, cunfessatu ’ri friscu e a qrattru pèri com ’e scìmmî..!10

    Succhiò in effetti quel Patonsio, poi sorbì, poi trangugiò, giù sorsate arrovesciò di veleno forte e dolce, e quando infine l’esplosiva droga si spandè nel labirinto delle budella, cominciò a vaporare dal cranio lucido, rintronato persino nell’intimo lumicino di coscienza sorda che d’aver non sospettava.

    Stordì.

    Smemorò la vita iniqua di puledro garrettuto. Rischioccava la linguetta di furetto malizioso; gracidò riverberando empi erutti dalla bocca e dalle froge, come qualche volta s’ode presso d’un boschivo stagno.

    Quindi, dall’oblio preso d’uomini e cose, quasi parve meditare.

    La parola non impressioni: lo avresti detto assorto dentro un mondo sconosciuto, nel quale avesse ad imbattersi senza preavviso, come per magia, faccia a faccia col mistero della vita. Un mondo nel quale finalmente potessero rivelarglisi gli enigmi ineffabili del cuore impetuoso, l’intima essenza della storia dei mondi, l’incantesimo magnifico dello spirito che nobilita i giorni nostri terreni trasfigurandoli con la superiore virtù delle idealità elevate e rilucenti, e che con la vigoria della conoscenza la misera esistenza dell’uomo eleva nell’eletta sede delle cose necessarie ed eterne. Un mondo nel quale potesse osservare, sporgendo impercettibilmente il capo, con serenità olimpica, lo splendore del sole che faceva sudare i tetti e gli acciottolati umidi e le anguste viuzze rustiche; nel quale udir potesse stupefatto e docile i subbugli confusi del lavoro quotidiano e sentire la solitudine e il segreto delle forre popolate dagli spiriti della terra, come in una fiaba stravagante e bella.

    Lo avresti detto conquistato e rapito in un mondo… tuttavia Patonsio era, e restò, essenzialmente, intrinsecamente, ’mbriaco, quindi apolide nell’animo ed estraneo a quello e ad altri mondi, sicché a questo mondo venne invece richiamato seccamente dal ruvido grossista:

    Ô Patò, cheffà, accapputtasti? Arripìgghiti bèddu, che ’a jurnata ’ni sta scurànnu..! 11

    Si riscosse nelle fibre sue belluine quel ragazzo esuberante dallo spasmo dei neuroni e riprese tosto il governo:

    (Tra sé: )« M… che bǘottu!»12 – (ma all’esterno: ) – Si stasse quèto13, don Peppì, ché alla mia casa, alla mattina, col vino più masculu di questo, ’ni ci bagniamo i biscotti … avanti, ora vediamo che mi deve dare, ché lo zio aspetta, e a quello, l’aspettativa, mai ci è piaciuta

    Sisì, vèni Patò, amunìnni ’o magazzenu, pìgliti la ròbba chè io magàri c’iaiu che ’ffare.

    ***

    Giusto stavano incamminandosi verso il magazzino principale, quando fece apparizione una donna.

    Una donna… bah! Oddìo, donna…

    Tecnicamente, si poteva ben dire paresse una donna, ma in realtà non era semplicemente una donna. Piuttosto un insieme di donne, un agglomerato di femminee sembianti, una concentrazione illegale, un ammontare di qualità e quantità muliebri, un consorzio di arti e mestieri… era… le donne… era… la femmina.

    E che sorta di femmina! Benché all’apparenza stridesse illogicamente, furiosamente, quella femmina, nei panni di moglie del selvatico commerciante, ad ogni pio conto questo era: la moglie. Poco da discutere!

    Quanto inappropriato, inverosimile, poteva sembrare quell’animale stupendo nel ruolo di moglie, e non solo di tal bifolco grossolano, ma di chiunque persino, in quelle terre riarse e amare. Anche alla prima, superficiale occhiata si poteva scorgere in quella creatura di inconsueta, anomala bellezza e ferinità, una totale mancanza di attitudine ad esser moglie, coniuge, consorte, perché… ma perché… come poteva essere consorte, condividere le sorti di chicchessia quell’essere così emarginato da qualsivoglia comunanza, affinità, appartenenza o reciprocità, collegamento o spettanza con l’ambiente circostante, con il paesaggio in cui fluttuava un simile fantasma di “carne femmina”?

    Vederla incedere, ondeggiare, – per dir meglio – spostarsi in grazia di una qualche forza di levitazione naturale anziché muover passi, era ancora possibile; immaginare che spargesse acque aromatiche di timo e di cannella a rinfrescar le belle membra, era plausibile; attendersi che appressasse carnose ciliegie sanguigne alle labbra turgide, concepibile; ma che respirasse la stessa aria impestata dall’alito di don Peppino o delle altre bestie, come si poteva tollerare?

    Che ci faceva quel fiore sensuale,

    quel frutto succoso,

    in quella discarica di uomini?

    Perché la natura offre a tradimento, quando meno lo si aspetta, il presagio lacerante d’una vita altra e dolce, lo scorcio di un paradiso mai sognato in questa terra, la vista commovente oltre ogni dire di quel che si è sempre spasimato, pur senza saperlo, la terribile visione di quel che potrebbe accadere e che mai, forse, accadrà?

    Perché?

    Non riuscendo a trovar risposta a tali interrogativi che – ancorché in forma assai più prosastica – non volevano saperne di acquietarsi stagnandosi nell’intimo ma, come mosto che nel tino fermenti, lo tormentavano facendogli borbogliare sulle labbra una schiumosa mareggiata di sonanti muggiti, Patonsio impazzì.

    Maledetta vita infame!

    Maledetto il mondo porco!

    Maledetta la fortuna,

    che altrove se ne fugge,

    sussurrando versi strani

    che l’orecchio intende poco!

    Dal di fuori non si poteva comprendere distintamente il dramma immane che incrudeliva nelle polpe, ma all’interno… oh, all’interno… Patonsio divenne pazzo.

    Pazzo di rabbia e di gelosia.

    Pazzo per l’oggi e per sempre.

    Pazzo per scelta e per necessità.

    Pazzo di sdegno e di risentimento verso la sorte buttana!

    Pazzo, sì… d’amore!

    ***

    Strana e polimorfa bestia, il cosiddetto amore!

    Per quanto se ne dica, se ne canti, se ne sproloqui, con tutto quello che se ne sia straparlato e scritto in tutte le epoche, mai per la coda si potè afferrare, la bestia suddetta; mai se ne fissò un suo ritratto che la potesse identificare in modo definitivo per le genti tutte; mai che si sia riuscito, a dispetto dei miti e delle leggende innumeri, a rinchiuderla in una capace ampolla attraverso cui osservarla nel volto proteiforme.

    Eppure chiunque ne sa; ognun dice d’essa; ritengono tutti di poterla descrivere, la belva furiosa; non vi è chi rinunzi a dir la sua, tanto più se ne ha soltanto sentito parlare, tanto più se non ne ha riportato ancora le vesti sbrindellate e schiantato il cuore nell’impari lotta contro tal’infrenabile, spietata, irresistibile fiera.

    ***

    Eruditi e letterati,

    istruiti e gran sapienti,

    ma non meno gl’ignoranti,

    gl’inesperti e i scimuniti

    che di molto aiuta invero… –

    giuran sempre di aver visto,

    incontrato e frequentato,

    conosciuto da vicino

    quella bestia eccezionale

    e di averla accarezzata

    nel suo muso irregolare;

    poi dichiarano d’averle…

    dato cibo di persona

    garantiscono in gran parte:

    sostanzioso ed abbondante;

    e gli altri, meno ricchi:

    quel che c’era o si potè –

    per cui molto facilmente

    riconoscono l’odore,

    ne ravvisano le tracce,

    sànno tane e nascondigli…

    noi che siamo forestieri,

    che veniamo da altra parte,

    e che siamo piccoletti,

    senz’aiuto di tutori,

    d’avvocati difensori

    che ci salvino le penne

    quando il caso volga al peggio,

    noi che siamo mal provvisti

    di difesa o protezione,

    che malati poi eravamo…

    messi a letto con la febbre

    e cataplasimo sul petto

    quando che passò la bestia,

    noi, bestiole incompetenti,

    inesperte, impreparate,

    noi, capaci ad un dipresso

    sol di fare scena muta,

    procurare nuove gaffes,

    e cavarcela assai male

    se ci capita l’inghippo…

    ci fidiamo del poeta

    che descrive il leviatano,

    o di quello assai famoso

    che narrò di quell’uccello…

    di quell’araba fenice:

    cosa sia ciascun ne dice…

    ***

    Mentre il tarlo della follia d’amore – o qual che fosse in ogni caso l’inatteso e tormentoso parassita che martoriava un corpicino ormai esanime (sempre di Patonsio, alla fin fine si parla…) – faceva festino e scempio delle spoglie mortali e delle cervella di quel bravo – ( ibidem ) – giovanotto, esordì il femminone:

    Peppì, la zia Rosa ti manda a dire se domani ci puoi portare un’altra partita di… Buongiorno! Ah! Ma che, avete assaggiato quello nuovo? E com’è venuto? A quest’ora è buono, no?

    Ma ’nsù14 Ginù15 Certo… è sempre robba del zio Peppino, modestamente appàrte..! Ah! Eh! Eh! Eh, Patò? Com’è..? Qua… Patò, già l’assaggiò… e penso che s’affezzionò, io dico… no? Che dici?

    Patonsio dal canto suo, data la composita congiuntura, sovrabbondante di sempre aggiornate malie e perfezionate stupefazioni, propose un’eccellente imitazione del pesce azzurro agonizzante, spanto sullo scoglio per l’esplosione di granata, nella quale si rimarcava l’accuratezza dell’occhio vitreo, la precisione delle labbra boccheggianti e la meticolosità delle gorge ansanti – (e dire che mai si sarebbe sospettata nel robusto giovane manzo campagnolo tanta dimestichezza con la fauna ittica!).

    La parodia mimica con tutta probabilità dovette riuscire così ben eseguita che la femmina Gina non fece a tempo a imbavagliare del tutto, in quella gola d’alabastro, un risolino divertito che finì Patonsio procurandogli in successione:

    n° 1 aneurisma,

    n° 1 ischemia cerebrale,

    n° 2 collassi cardio-respiratori,

    n° 1 crollo di pressione sanguigna (al di sotto dei valori ritenuti normali nella specie dei colibatteri fecali).

    Un animale abbattuto.

    ***

    Di tanto in tanto qualche rantolo nella strozza e qualche sussulto del tronco però rivelavano una qualche forma residua di attività nell’organismo. Come ultime scosse di vita che girovagassero inspiegabili pel corpo dell’animale vinto e condannato.

    ***

    Io pure lo voglio assaggiare!

    No, Gina, lascia perdere, che tu non sei cosa di assaggiare vino, ché non ti fa tanto bene…

    Già… ma quale..! 16 un ditino… che mi può fare un ditino di vino?

    Pure a stomaco vuoto, sei…

    Vabbè… tanto è quasi ora di pranzare… un assaggino… un aperitivo… come fanno alla televisione! – poi, rivolgendosi gaia (e un poco complice) alla salma di Patonsio – Ma che marito esagerato che mi capitò! Può essere mai che fa il vino migliore della zona e io non lo debbo conoscere? Eh? Lei che ne dice?

    Patonsio, accoppato nel corpo ma trucidato nello spirito, avrebbe voluto dire: « Gioia mia, fiato mio, tesoro ’zuccaratu mio arùci17», e avrebbe altresì condotto le labbra della femmina Gina ad un’altra più esclusiva fonte,18 ma tutto quel che esalò fu:

    Ĥ...

    Poi credè di doversi riavere un poco, si fece forza, e con gran sforzo gittò fuori;

    Eh…

    E in quella, quasi d’alleviar l’imbarazzo mortale di Patonsio la sorte avesse deciso, un famulo franò dentro la gargotta improvvisata, a blaterare poco comprensibilmente in una personale riedizione di dialetto indigeno:

    – ’Ron Pippì, avissi a vèniri ’ri prescia ’o magazzénu, pirchì successe ’n fatto! 19

    O camurrìa… kié, kiè ka succirìu?20

    Fuori si precipitò il commerciante, caracollando sulle corte zampe già gravate della panza onusta, sempre ansioso d’attendere ai molti crucci dell’azienda.

    Di difetti ce n’ha, vero, – flautò allora la signora Gina, nel concedersi avida sorsi abbondanti della bevanda che doveva essere, a quanto pareva, senz’altro di suo indubitabile gradimento – ma il vino lo sa fare, eccome! Che ne pensa?

    E che ne debbo pensare, – ansò Patonsio che penosamente imprendeva la spossante risalita verso il mondo dei viventi – certo, di essere, questo vino bello è, privo diddìo!21 Poi lascia un sapore… mmm! Troppo speciale..! – ma istintivamente, colto da pudore inconsueto, portò una mano davanti la bocca per arginare le tanfate dell’alito che rievocava i recenti trascorsi di trapassato redivivo – aaaàh! Che bello sapore che lascia nelle jarge!22

    Ah ah ah! – rise svagata la femmina – Ma lei, allora, è un naïf ..?

    No, io veramente sono dei Cardoni, – declinò Pat, reputando cosa decorosa (e d’un certo sussiego) esitare le proprie generalità – a me mi dicono dei Cardoni, di Civitammuffùta di Sotto… però io giro, sempre vàiu caminànnu, và..!23 e insomma mi sposto!

    Ah! Ecco perché! – sorrise quel pezzo di figlia d’Eva, che qualcosina aveva intuito dell’esser colui un poco spostato, sfoggiando una dentatura così ben fatta e incantevole da far venire frenesia di carezzarli, quei denti, e di mandar loro baci in punta di dita. (Ahhhh..!24)

    ***

    Quello che con tanta urgenza la premura avea chiamato di Peppino Maccefìcu, era per l’appunto un fatto di per sé poco ordinario: lo splendore folgorante di quel sole meridiano, o le cupe ombre di lutto nel terreno proiettate, l’estro mobile ed il ticchio – ed il sangue malandrino – sobillato avean del tutto il puledro Murruzzièddu, il più ombroso ed impulsivo, il più giovane cavallo della ricca fattoria.

    Rotta con enorme forza la cavezza quasi ormai troppo logora e sdrucita, l’ammattito cavallino con violenza avea scalciato sulle natiche del figlio d’uno dei lavoratori, – sopraggiunto petulante con incauta baldanza – malmenandolo in maniera a prim’acchito preoccupante.

    Fatto sta, il piccolo fesso, rintronato per la botta e dal timor pietrificato, s’era fatto smorta statua di salgemma o cera inerte, e restava a terra imbelle, in balìa dell’irruenza del quadrupede focoso, che infierito certo avrebbe sul quel giovane stordito, se un codazzo sparpagliato della gente di fatica non si fosse scatenato a far strepito e bordello, buona cosa sì, da un lato, perché il corpo a terra steso nascondevano alla bestia, buona meno d’altro canto per il fatto di spaurirla ed aizzarla ancor di più.

    ***

    Cadde di mano il bicchiere a Gina, preda d’un fulmineo stordimento.

    Che fu? Che c’è? Che cos’è il fatto? – trasalì Patonsio scorato nel vederla prossima allo svenimento – Che si sente, signora? O Matre Santa! – e si gettò a sostenerla, pur non sapendo da dove agguantare tutta quella femmina maestosa ( e, del resto, quand’è che capita nella vita di agguantare portenti cosiffatti?).

    ***

    Con ramazze e legni e vanghe, e forconi e verghe varie, quella torma avea apprestato – ma crudele non di meno – una insolita corrida.

    Chi gridava a perdifiato, spaventando l’insanguato cuccioletto di cavallo, chi l’attrezzo mulinava per costringerlo nell’angolo, chi correva senza scopo sia da un lato sia dall’altro dello spiazzo polveroso, ritenendo di menar contributo e soluzione, chi le braccia roteando lo incalzava per carpire, meglio d’altri – o forse prima – l’attenzione del cavallo, chi soltanto la gazzarra e lo strepito superfluo produceva là per là, come spesso può accadere in un lesto assembramento, proprio tutti – occorre dire – tutti uniti a complicare quell’anomala faccenda, inasprendo e tormentando la bestiola sempre più.

    ***

    Ecco che nelle braccia inesperte di Patonsio la maliarda prese a smaniare sospirando e illanguidendo in sinuosi contorcimenti, agitandogli le carni profumate di paradiso sotto le nari taurine fumanti – e, come ognun sa, il fumo fa male… – mentre una terribile ricaduta nella follia minacciava di farlo sfracellare in uno spaventevole abisso di perdizione.

    ***

    Don Peppino Maccefìcu, di man svelto e di bestemmia, – ch’era il modo suo di avere il controllo delle cose – non tardò a far travasare troppo sangue nella testa: un’accetta afferrò lesto, con i suoi gambetti corti appressandosi al puledro che a infuriare continuava dentro il piccolo gruppetto di molesti scalmanati, – quasi si sarebbe detto – eccitati ed esultanti per la festa inusitata dove Morte si celava dietro un angolo vicino.

    E faceva con la mano, quella Brutta Disonesta disumana e repellente, quel suo gesto di solecchio, con lo scopo solo di aguzzar meglio la vista.

    ***

    S’agitava la virago, pur con dolce mollezza, e Patò, che non era tipo da farsi pregare in casi molto meno impegnativi, pericolosamente principiava a disseccarsi, eccezionale quantità di sudore e mefitiche qualità di vaporizzazioni disperdendo. I pesanti braccialetti d’oro massiccio pareva volessero sfilarglisi per il subitaneo dimagramento e per la scivolosità degli avambracci, e al tempo istesso l’opprimeva l’imponente catena al collo – ingarbugliandosi nel fitto pelame del torso – sembrandogli avesse di colpo quadruplicato la gravezza della zavorra, che già nativamente l’artigiano avea progettato resistente al peso di crocifissi da competizione.

    ***

    Alla vista dell’accetta, impugnata brutalmente dal padrone don Peppino, un bimbetto impressionato prese a spargere gran pianti, accorati e assai taglienti – e singhiozzi anche di più – e magari forse quelli, là sarebbero bastati a fermare tutto in tempo, se la piccola marmaglia non avesse ormai iniettato, sottopelle, già efficace, il velen della violenza e dell’empia crudeltà.

    ***

    A mezzo del violento processo di disidratazione, alle orecchie di Patonsio giunse, più chiara della babilonia che fuor si agitava, una parola che però parola non era, perché era piuttosto un suono lontano, forestiero, esotico:

    Mangiami!

    Quel suono, ancorché trasportato da una fragranza di zagare e fior di pesco – con un sentor di gelsomino, e sambuco ancora – arrivò alle orecchie di Patonsio con la soavità di una randellata a tradimento, con la benignità di un colpo di badile sulla nuca.

    ***

    Maccefìcu gli fu innanzi, Murruzzièddu in un istante si arrestò dal ribollire, assai schiumava dalla bocca, ma immobile si fece. Lo fissò con occhi gonfi di terrore e di follia, fu così che… lui capì.

    Capì subito l’incauto, inesperto cavallino, la follia e la deviazione del minuto squilibrato di cui fu schiavo infelice; parve che indietro volesse ritornar da quel misfatto.

    Nella stalla sua odorosa ritornare ancora, indietro.

    Nella sua casetta spoglia, ma consueta, e cara, e grata.

    Nel suo spazio, un’altra volta.

    In quel suo cantuccio, dove, aspettando ancora un po’, fieno e pacche accetterebbe, e sgridate, qualche volta, ché il padrone suo abbisogna di sentirsi meno bestia di lui giovane puledro...

    ***

    Ah? Chiddìci?!? Come? Signora..? Őh..! Oh Cristoddivino! Kiè che c’hai? Vedi che io sono nervoso! Che ti pare? Che ti hai messo in testa? Cheffà, scherziamo col fuoco? E se poi ’ni ’bbruciamo? Come ’cià purtàmu ’sta notizia ’a casa?25

    ***

    Nella mente affaticata del cavallo ora prostrato balenar certo dovette l’idea che, dopo una qualche bastonata sulla groppa, elargita con un legno, anche strano come quello, – pur temibile però, per la rara lucentezza del metallo sulla cima – dopo un paio di nottate di dolore e fiaccatura, – che non piace invero mai a nessun signor puledro che rispetti sua natura – nuova e altra erba fiorente sfiorerebbe col musetto – divertente e a volte serio! – altri dolci frutti, e bacche, la sua lingua assaggerebbe, altre scorrazzate pazze si godrebbe tutto fiero nel recinto dietro dove sta il frantoio secolare...

    ***

    Mangiami! Curri, curri supra ’sta campagna, beddu cavaddu! Scàssimi a legnàte, dimmi che sono la tua schiava! Allìppiti ’na st’agnùni! Abbìvirati ’nta ’sta ’ggebbia! Sàziti, beddu putru! Fammi quarchi ’ddannu! Lassimi struppiata! 26

    ***

    ... E le gran cacate che si farebbe a cuor leggero – nella stalla no, perché, Murruzzièddu vanitoso, raffinato ed elegante, nel suo letto vuol soltanto fresco aroma di buon fieno, muri salsi e fine biada – nei quadrivî in modo che sappia ognun del suo passaggio; e sgroppate in faccia ai fessi, alla luna e ai moscerini – perché mai non s’arrischiasse, uomo cosa o vegetale, col solletico a irritarlo, tranne il dónno suo un po’ strambo, e tarchiato un poco assai... – presto ancora sparerebbe, ad onor del sangue vivo, ricco di ferro e d’argento...

    ***

    Ora, Patonsio, che nel sangue la sudditanza recava scritta ad una voce alla quale disobbedire non è possibile – per quante deroghe la coscienza si sforzi di suggerire – e che per indole e amor proprî, delle sollecitazioni verso la generica equinità era in grado di recepire unicamente la sezione riguardante le eventuali affinità – e soltanto quelle di natura fisica, per di più – con l’asino bardotto condotto dal poco di odor di casa che gli dura nel naso e dalla rimembranza alla stalla come vincolanti bussola e calamita…

    ***

    Ma si sa fin toppo bene, – come disse il gran Bacone – quando vuolsi soddisfare desiderio di vendetta ed oramai è già deciso il sacrifizio d’innocente (sol perché questi è indifeso), molto facile è allora raccattare ramoscelli in cospicua quantità da ogni bosco presso cui s’aggirò il malcapitato e allestirgli un grande rogo dove poi sacrificarlo: il padrone s’avanzava, con quel legno orrendo e brutto, e la faccia di rabbioso come mai l’aveva visto, ed un fremito gli corse nella pelle raggricciata: s’impaurì, ebbe uno scarto – certo male interpretato da Peppino invelenito di paura e vano orgoglio – e gli zoccoli gli oppose, quasi l’animo a frenargli, a riparo delle botte pronte a piover sulla schiena…

    ***

    incendiato nelle viscere zuppe d’igneo carburante, essiccato nelle membra ingorde, da vivo ardore combusto nel muso paonazzo, liofilizzato nel cervello abbrutito, già divelta con mani cieche la bardatura e strappati i finimenti, fornì alla giumenta Gina, questa volta, – e in modo inequivocabile – una particolare imitazione – pari pari – pedissequa del summentovato quadrupede, senz’alcuno sforzo nel riprodurre accorati, strazianti ragli in luogo dei convenzionali gemiti di voluttà dell’uomo incapace di distinguere la parte divina e la parte ridicola della propria natura.

    ***

    ... Non riuscì però a schivare, quel destriero in miniatura, quell’abbozzo di cavallo, il fendente rovinoso che una zampa gli tranciò; n’ebbe il gelo nelle ossa, un tremore orripilante che la voce gli spezzò: non potè perciò implorare la pietà al padrone ossesso, che nel braccio maledetto caricato avea oramai altra abietta pugnalata.

    Scoccò il colpo quell’infame, bacio ultimo di morte alla bestia prediletta.

    Murruzzièddu vide il lampo, percepì un sapore dolce che cresceva nella bocca ma non vide invece il ferro rovistargli nelle carni; poi uno squarcio largo ed osceno fece strada nel suo collo armonioso e “sempre al vento”: l’impietosa scure vile divorò la gola tesa nello spasimo d’orrore.

    Cadde al suolo Murruzzièddu, ma uno sguardo ancora aveva di pietà e disprezzo insieme per la villica ciurmaglia che osservava da vicino il calar definitivo della notte ingrata e fredda, nella ultima giornata della vita del ribelle, generoso mascalzone.

    Quello sguardo fece il giro, tutt’intorno alla scoperta delle grida che sparivan, della plebe che fermava ogni gesto ed ogni offesa, del padrone inorridito e del bimbo che in ginocchio scagliò al cielo, come funebre orazione, uno strillo acuto e lungo…

    Poi lo sguardo si fissò verso il cielo azzurro e bello.

    Ma la vista più non c’era.

    ***

    Tutto grondante e stordito, con le fiamme nello stomaco e l’arsura nella gola strappata dalle grida della battaglia appena conclusa con lo sgomento d’una sconfitta, d’un rovinoso annientamento, Patonsio galoppò via, a rotta di collo.

    Via dal luogo del duplice sbaraglio, con l’animo dell’esecutore disperato e folle di un’empia strage che stia per rendersi conto della devastazione mandata inconsapevolmente ad effetto, e, dal rimorso oppresso, cerchi il suicidio come feroce espiazione – efficace lenimento alle lacerazioni cagionate dai morsi insopportabili della coscienza – nelle campagne disperdendosi con la fida lapa, che mansueta l’aveva atteso, senza giudicarlo, ad un ramo attaccata con una corda.

    Sentieri e tracciati gli scorrevano alla vista come in un sogno crudele dal cui vortice non si riesca a spartirsi; per parecchie strade stregate si smarrì e mai più, anche in seguito, ne comprese l’inganno; visse terrificato una parallela esistenza il delirio d’alienato reo, di transfuga braccato dalla giustizia umana e soprannaturale e del genocida per isbaglio, in quella manciata d’ore serotine e notturne, nonostante reminiscenze popolari volessero prestargli scomputo ed abbuono, suggerendogli l’idea di un prezioso virile trofeo, d’un ricco bottino ottenuto dal conquistatore valente; ma sempre quest’idea veniva scoraggiata e atterrata da quella dell’espoliazione proditoria perpetrata dal turpe profanatore di sacri santuarî o dall’infame stupratore d’un intero convitto di venerande vestali, di sante vergini, d’inviolabili innocenti.

    Le tempie parevano voler esplodere per i fiotti di sangue che impetuosi accorrevano – fiumi ormai privi d’ogni argine, incontenibili demoni sturati – con l’evidente e legittima finalità di recidere il filo di quella sordida esistenza pervertita.

    ***

    Senza saper come e per quali sconosciute vie, nel medio declinar della notte scellerata, ripervenne sul luogo del misfatto, e tutti i particolari gli si riaffacciarono nella mente scombussolata: Patonsio il razziatore

    Il potere della mente!

    di patonsio1 (02/08/2006 - 18:03)

    Il potere della mente!


    Quando cadde la bonaccia sul maremagno dei disordini etilistici in cui s'era voltolata la brigata, si avvertì nella sala dove sera posto bivacco un senso ondoso di accasciamento, di spossatezza e sì che aveva tardato a manifestarsi, viste le antecedenti scompostezze prodigate.

    Erano convenuti infatti, per loccasione, i più eminenti rappresentanti delluniversità della crapula, la vera crema del bagordo professionale, i campioni invitti nelle specialità della bisboccia singola e a squadre, glimbattuti primatisti del baccanale sinfonico, della gozzoviglia solista, nonché i nemici giurati dogni affinità alla temperanza e alla costumatezza tutti partecipi dellistessa armonia daffetti e dintenti una con i sibariti più volte segnalatisi nellorgia da camera o nellabiezione en plein air.

    Ah! Che leggendaria gilda..! Quale illustre consorteria dineffabili edonisti! 1

    ***

    Con rapido colpo di mano simpadronì dellattenzione generale lo stimato Professor Incardona affettuosamente inteso Testa ri pìu 2 e magnetizzò luditorio emanando dalla sua persona queste parole:

    Ma lo sapete voi, eh? che il caso più curioso che mi sia capitato a proposito di autosuggestione avvenne circa sette o dodici mi pare anni fa…(o forse erano cinque?)? Ciònondimeno, non bisogna di certo scavare il pelo nelluovo,3 e nemmeno fare come a quello4 … insomma fu una cosa curiosa assai! Io stesso non ci crederei se non fosse che ci devo credere per forza perchè è così che andò… non so se mi sto sapendo spiegare

    Luditorio si apprestò a comprendere un pochino meglio il discorso che prometteva meraviglie, lacune manifeste, incongruenze vistose, e ogni sorta di strampalaggini che rendono stuzzicante ogni curiosa amenità.

    Professore, raccontate, raccontate fecero quasi tutti non ci fate perdere una virgola, per favore!

    Testa ri pìu, cui lalcolico carburante aveva conferito sicumera e baldanza, raccontò questa storia:

    Ah! Ah! Cose, cose dei turchi! Quella sera si trincò alla Signore basta più! ,5 datosi che stavamo festeggiando la riconciliazione del nostro ospite con la moglie (ah! brava! bravissima!) signora pregiatissima che sera inserita dautorità nella classifica delle più nominate della nostra gloriosa provincia (per motivi che qui non necessita annotare), la quale era ritornata a lui dopo una assenza di un certo triste periodo durante il quale mio fratello (difatti era lui lospite) sera permutato in un strofinaccio inservibile e nella comitiva era presente pure lavvocato Vannino *, detto Nuncinnècciù6 per la sua proverbiale implacabilità nel ridursi ai confini del conoscibile con labuso di vino e cibarie di preferenza stantìe poiché, come lui sosteneva, dopo un poco di permanenza allaria aperta, le vivande si prendono di sapore.

    ***

    (Una istruttiva digressione riguardante questillustre personaggio ne delinea sufficientemente alcuni dei suoi vasti tratti fisionomici:)


    Il grasso avvocato Vannino *, che l’Autore ebbe modo di conoscere personalmente, e che era può ben esser detto uno dei capi scarichi più scarichi che si possano incontrare in un isola, era affetto tra le altre non meno pittoresche da una triste infermità: non poteva fare venti passi senza essere tormentato da una sete formidabile: tanto che gli capitava di frequente, quando percorreva un tragitto che metteva a sacco quasi tutte le sue risorse, di scolarsi sino a dieci, quindici bicchierini di robusto cognac, temperati da altrettante dosi di fernet, poiché manteneva incrollabile la convinzione che un buon fernet riesce a correggere adeguatamente il retrogusto del cognac, e non avrebbe abbandonato giammai la sua idea neanche in cambio della conquista dello scudetto da parte dellInternazionale.

    Un giorno un radioso giorno destate incontrò pane per i suoi denti.

    Secondo la campana della Chiesa Madre era corretto suonare mezzodì. La temperatura al suolo era incredibilmente alta. Lo sputo di un piazzista di scope-bagnarole-carabattole e materassi modello Quannu passa ron Giuvannìnu si ròmme na maravìgghia7 durante il suo effimero volo dallape8 si disseccò prima ancora di toccare terra. Le pietre si lamentavano tacitamente di ciò, mentre un cane bastardino boccheggiava, fiacco e flemmatico, steso a un passo dalla teoria di seggiole più o meno sconnesse del gruppetto di anziani che facevano da licheni distribuiti presso il marciapiede del caffè Mokambo nella piazza principale.

    Nel bel mezzo della generale disidratazione, quel buon debosciato di leguleio arruffacarte incontrò senza aspettarselo affatto il signor Trummìo, carrozziere titolare di una sfilza altrettanto copiosa di aneddoti autentici nonchè apocrifi circolanti sulla sua non proprio riverita persona.

    Siccome non serano veduti da circa dieci anni, periodo durante il quale il carrozziere aveva vissuto in quel di Torino, ammassando nei suoi mendaci curricula più che fantasiose e romanzate avventure a sfondo – prevalentemente – sessuale in cui egli figurava pressoché come un conquistador dei due mondi talvolta, talaltra come castigamatti esperiente dogni lussuria e dogni godimento carnale bevvero almeno una trentina di cognacchini e fernettini prima di chiedersi se si fossero stretti la mano.

    Ma insomma, fece allora Vannino oggi si muore dalla calura, eh?

    Privo diddìo!9 Rispose laltro degnissimo compare già è più di unora che cerco di togliermi la sete e non cè verso propriamente!

    La stessa cosa mi succede pure a me, agganciò il buon vecchio Vannino epperò sono obbligato a confessare che una bella bottiglia di fernet ci ha sempre il suo fascino…

    Il carrozziere salutò questa affermazione con una smorfia che voleva ampiamente significare che in nessun paese civile una bottiglia poteva mai avere lo stesso fascino di due, tre, o quattro bottiglie dello stesso liquore. Ma ritornò presto affabile con il suo occasionale compagno di merenda e seguitò:

    Avvocato, mi dica una roba Trummìo infatti giudicava indispensabile, ogni tanto, inframmezzare nei discorsi calate e bestemmie in stile settentrionalese, per non lasciar mai decadere negli interlocutori, la memoria della sua trasferta torinese ma lei, cheffà, lei veramente provò mai nella vita la vera sete, una volta?

    La sete? Ah, volete sapere se io ho provato la vera sete… allora, caro mio, visto che mi avete provocato, ve lo dico io comè il fatto della sete, quella vera, quella impossibbile da combatterci: un giorno che mi trovavo in Calabria in pieno mese di agosto… stavo guidando la macchina mia, modestamente, mi ero perso per via di certe deviazioni e lavori vari che facevano in quelle strade del continente…Fu prontamente interrotto dal carrozziere, infoiato per linaspettata occasione:

    Ah! Aaaah! Per favore non mi dite a me il fatto del continente! Aaah! Per lamore diddìo! Aaaah! Là veramente sono persone civile e evoluti, no come qua che siamo come le bestie… aaaah! e ragliava, e bramiva per rafforzare le sue asserzioni aaah! Io lo so queste cose! Io ci ho stato tantanni, là, nel nord! Altra vita, altre situazioni, tutta unaltra storia! Qua siamo come i beduini! Là i fìmmini10non si fanno tanto priàri11…non si stifinìano12tutte se un cristiano di sostanza le avvicina! Eh, Cristo divino! Una volta per esempio…

    A sua volta fu bloccato da Vannino che riprese la parola:

    E comunque quella volta ebbi una sete, ma una sete, ma una sete così terribbile, che non ci ho visto più dagli occhi e mi sono bevuto, in un solo fiato, un litro sano di vernice che avevo nella macchina!

    Vernice?

    Fresca.

    Ma acqua non ce nera proprio?

    Oddìo, acqua, mah! Acqua, e forse cera… forse ci poteva pure essere… ma che volete… con quella sete, uno non è che pensa a lavarsi!

    ***

    Ma… chèpper caso, fu interrotto il brillante professore da un astante stiamo parlando di Vannino u piecuru13, nipote di facci ri scacciùni14?

    No, quello che dici tu rispose prontamente con sussiego è il marito della Vucca ri fàngu 15, mentre questo invece è il nipote di don Giuvanninu u teste nanu16, sposato con la figlia di Suzza a scuncintrata17, hai presente..? quella che si coricava con Tatò u purcarìa”,18 lamico stretto di Tano u mmaccatièddu19 capito, no? E comunque, vi dico in tutta tranquillità che verso la mezzanotte, il povero Vannino era carico fuori misura di imbriachitudine come un perduto, recitava lamenti funebri in una lingua che nessuno riconosceva, disperdeva enormi goccioloni di sudore putrescente e lacrime di martire immolato, ragione per cui i compagni tutti, compassionevoli, gli travasavano in gola traboccanti razioni di vinello ristoratore, al fine di soccorrere quellanima, devastata da strazio e indicibile tribolazione …

    Poveretto, fece un pio, intenerito ai casi di un esempio talmente fulgido di abnegazione alla santa causa della mortificazione delle carni e soffriva assai assai?

    Ah, per carità diddìo, no, non ne parliamo, rispose il professore commosso non vi potrei descrivere… ma come si fa? Cose, cose di non credere! E al ricordo di tale rimescolamento di sovrabbondanti emozioni gli occhi di amare stille gli si gonfiarono.

    Il momento era toccante. Nello stanzone si riversò uneffusione dincontrollati impulsi di rammarico e mestizia.

    ***

    Oh, non gli saltò in mente, così riprese coraggiosamente contezza lIncardona delle proprie responsabilità allimprovviso, di spogliarsi nudo e rimestarsi nella fanghiglia che la pioggia battente produceva nel giardino? Noi lo seguivamo preoccupati, ansiosi di contenere il suo tormento entro limiti di sopportabili deturpazioni fisiche… lo agguantavamo in un angolo, e quellinfelice subito sfuggiva alla presa, immelmato comera; lo incalzavamo gettandogli secchiate dacqua gelida, costringendolo tra le siepi, e quello, furbo e imbrattato, sgusciava con un agilità che mai si indovinerebbe in un corpo deforme di creatura obesa; cercavamo di serrarlo percuotendolo con le sedie, con le scope, con quanti oggetti potessimo usare a mò di baionetta per ridurlo allimpotenza in una infossatura, e quello, sempre meglio impratichito alla guerriglia, mostro infuriato reso folle dai combattimenti precedenti, ci ricacciava stordendoci con ruggiti potenti, con latrati agghiaccianti, urla orribili che ormai più nulla conservavano di umano.20

    Peppino Incardona accusava, a questo punto del suo racconto, un senso di affaticamento, di sconforto, preda dolente forse nella morsa di ricordi gravi, di opprimenti rimorsi. Ma si riscosse ad un tratto, si ridestò, si riportò al presente si dirà da un sonno lontano in un mondo remoto, da un torpore avvilito in cui era sprofondato sotto gli sguardi impressionati dellintera adunanza.

    Indi ricominciò la travagliata narrazione:

    Nella sua folle fuga verso unimpossibile salvezza da se stesso? Dallorrore che lo estenuava? Mai si poté sapere… Vannino si precipitò alla volta delluscita.

    Fu così che andò a schiantarsi, con meraviglia pari solo al fracasso, contro uno specchio, in gran parte imburrandolo di fango ed altre